Ore 21, gli amici lo sanno. Di giovedì. Gli amici sono un oboe, un corno, un fagotto, un clarinetto, i più variegati amici. Puntuali, si sono ritrovati al Politeama Pratese per il cominciamento della nuova stagione della Camerata Strumentale Città di Prato: era lo scorso 29 ottobre e per prima cosa si sono posti una domanda senza risposta. In verità questo è il primo piccolo pezzo del compositore americano Charles Ives, presentato dal direttore dell’orchestra Webb all’astante pubblico che ha ben serrato le fila di una buona serata di musica, inebriato da un quartetto concertistico dell’Adagio di Mozart. Andiamo però, per ordine e un po’ di pazienza. Il cappello della serata e il senso di questa nuova stagione sinfonica, l’ha spiegato il direttore artistico Alberto Batisti trasformando la domanda in risolta in una questione esistenziale della musica, del suo significato, delle ragioni d’esistere di un’Orchestra. Il tema, dunque, profondo di queste intense serate, verrà forse definitivamente risolto a conclusione della stagione, a maggio. O forse no, perché vorrebbe dire che tutto è perfetto e non più perfettibile, quindi concluso, irripetibile. E invece, noi vorremo che tutti gli anni a venire ci ponessimo domande per continuare a incontrarci da buoni amici come quei quattro. In The Unanswered Question, loro, hanno dato risposte, musicali, in dissonanza e forte contrasto al lieve armonico fondo degli archi. E’ la musica di Ives, assicuratore americano di Danbury, Connecticut, che straformava la materia musicale in nuova esperienza. Nella sua forma espositiva, ricorda un infinito stellato e una tromba che espone il quesito, lo stesso per sette volte, cui il quartetto dei fiati, in posizione distante dall’orchestra, da risposte contrastanti, diverse, un poco isteriche, dissonanti. La partitura resterà in un cassetto per anni, attraverserà due grandi guerre senza che nessuno abbia il sospetto della sua esistenza fino al 1946. Ives, anche organista nella presbiteriana chiesa di New York dal 1899 al 1902, avrà l’hanno seguente al ’46, la soddisfazione del riconoscimento del premio Pulitzer per la Sinfonia nr. 3. Altra cosa è la sinfonia k 297 b, che si trasforma, e di seguito alle questioni impossibili, in concertate. Mozart ne creò dei capolavori, in questo caso per oboe, clarinetto, corno, fagotto e orchestra: la k297b, anno domini 1778, Parigi. Il travagliato concerto e di dubbia attribuzione. Ritrovato post mortem, ha elevato la sua classicità a delizia, in tutte le sue esecuzioni nel mondo; Quindi anche qui, grazie all’orchestra pratese dotata di buoni principi, sotto la bacchetta attenta di Jonathan Webb. Va riconosciuto, in questa primo appuntamento, un eccellente dolcissimo oboe, luminoso e applaudito, del bellissimo adagio che riprende lo spunto orchestrale sviluppandolo più volte suggerendo agli accorati amici spunti suggestivi, dal clarinetto al compassato fagotto passando attraverso il corno, fulcro discreto di tutta la sinfonia concertante. Un caffè, una pausa. Uno sguardo al teatro. Brahms poi occupa, protagonista, la seconda parte con la sinfonia nr. 1 in do minore; la medesima tonalità della nona di Beethoven. Webb alza la sua asticella proponendo un’idea della musica in forma puramente sinfonica, proseguimento del capolavoro beethoveniano cui Hans von Bulow decretò come “ la Decima”. A essa è, per la tema e lo sviluppo della “Gioia” in larga parte affine nonostante che lo spirto di tutta la sinfonia resta nello stile di Brahms che a quarantasei anni scrive la sua prima sinfonia. Al lungo e meritato applauso del pubblico, un omaggio fuori programma, programmato in verità dall’orchestra di Webb: uno struggente valzer triste di Sibelius, il grande finlandese, che ha concluso questa prima occasione tra amici.

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