
Una rotonda ti salva la vita. O te la migliora quando guidi. Casi a Firenze e casi sul confine Emilia-Lombardia, casi di studio. Una rotonda funziona se vedi gli altri e se quelli che entrano possono poi uscire con la medesima facilità. Tradotto: tante corsie in, tante corsie out. A parità di flusso. Se la rotonda è perfetta nella forma e nel numero di corsie ma, metti caso lo sponsor che l’ha adottata, ci ha messo un bosco verticale, cartelli di marketing e sagome di lupacchiotti o vitellini è difficile vedere gli altri che entrano ed escono dalla rotonda e invece di salvarti la vita e mettere in sicurezza il passaggio rischi l’incidente. Eh, ma da dove è uscito quello? Dal boschetto della rotonda. In un tratto della Cispadana, una quasi autostrada per camion stra-usata da Suzzara (nota città del Premio storico di Villani, Zavattini, Mignoni) a Brescello (nota città di don Camillo e Peppone), c’è un rotonda con montagnola. Giusto per sognare le Alpi o gli Appennini ma anche giusto per mettere in crisi di veduta chi ci passa. Evviva le rotonde se son fatte bene e se sono belle. Ci sono rotonde belle e rotonde brutte. Certo, dicevamo, devono esserci tante uscite quante sono le entrate o equilibrate per flusso. Dove non è possibile avere questo equilibrio occorre cercarlo incrociando i numeri delle corsie e il calcolo dei flussi per senso. Cosa che forse non del tutto è riuscita a piazza Gaddi a Firenze dove si incrociano sette vie in entrata ed in uscita e alcune sono meno defluenti del minimo fabbisogno. Poi c’è anche la variabile traffico. Eccole: Ponte alla Vittoria è in entrata e in uscita, via del Pignone è in entrata e via de’ Vanni è in uscita via Bronzino è in entrata così come via del Ponte Sospeso (fantastico nome) e via della Fonderia, via Giovanni Antonio Sogliani, che va verso San Frediano, è in uscita. Già sulla carta si vede che la rotonda è sbilanciata: 5 flussi in entrata su sette vie.
Morale: è normale che i fiorentini vedano quella rotonda come un blocco e non come un passaggio e la chiamino “tritacarne” per risparmiarsi una parola non sempre conveniente.
Ci sono rotonde che funzionano e rotonde che bloccano il traffico invece di agevolarlo. Non male il doppio sistema di rotonde tra Cerese e Mantova Porta Cerese che fanno svicolare bene chi viene e chi va. Non male la rotonda zona Ospedale della Spolverina che fa incontrare e incrociare chi vuole entrare in città dalla Valletta e chi vuole proseguire sulla cosiddetta tangenziale sud verso Curtatone. Altre sono nate un po’ così.
Proprio un secolo fa nasceva a Milano, zona piazza Duomo, il primo semaforo in Italia. All’incrocio tra le vie Orefici, Torino e Mazzini, nel lontano 1925 venne istallato il primo semaforo stradale vista Madonnina. Gli sbigottiti milanesi pensavano ad uno scherzo, ma capito che non lo era hanno sentenziato “El dura minga”. In migliaia accorsero a vedere il nuovo semaforo, che inizialmente creò non pochi problemi al traffico. Era infatti regolato dai vigili urbani ed era composto da 5 colonne luminose (come le 5 strade che si incrociavano), ognuna con il compito di gestire il traffico proveniente da una determinata direzione. Secondo una ricerca il primo comune italiano ad adottare la rotatoria è stato Lecco nel 1989 Anche se da una foto del 1958 presente nella Biblioteca comunale Panizzi a Reggio Emilia si vede già una rotonda a Reggio Emilia nell’attuale circonvallazione, poi negli anni è stata sostituita da semafori. C’è anche l’effetto ritorno. A Cattolica, ultimo comune romagnolo al confine con le Marche, con l’uso delle rotatorie si è passati, in un anno da 1800 a 300 incidenti stradali. La provincia di Treviso ha investito 500 milioni di euro nel “Progetto Rotatorie” ed è riuscita ad inaugurare più di 250 nuove rotatorie riducendo dal 1997 al 2006 più del 50% il numero dei decessi sulle strade.
Una volta conoscevamo quasi soltanto le romantiche rotonde sul mare e per le strade al massimo avevamo i semafori. Con tanto di rosso che, a sensazione, non finiva più. Poi sono arrivate loro le prime rotonde stradali, quasi timide, quasi per prova. Adesso la rotonda stradale è ovunque, o quasi, e -diciamocelo- in moltissimi tratti di groviglio stradale ha risolto il problema della viabilità snellendo e razionalizzando. Ma, come abbiamo detto su queste colonne anche in tempi non sospetti, una rotonda è buona se assolve ad alcuni criteri minimi di logica e razionalità dei flussi dei veicoli.
E il criterio minimo è calcolare e verificare che ci siano attorno ad una rotonda tante via d’uscita quante sono le vie d’entrata, a parità di volume. Insomma tanti veicoli entrano in rotonda tanti dovrebbero uscirne entro lo spazio di un giro. L’altro criterio minimo è che la rotonda abbia una fascia di corsie utile per evitare che diventi un incrocio quasi infernale.
Non di rado capita che un’auto non riesca ad uscire dalla rotonda per l’effetto avvolgimento. Belle o brutte, larghe o larghissime le rotonde devono far defluire il traffico. Altrimenti meglio non farle.
E se vi vengono male metteteci subito una pezza.
Fabrizio Binacchi
Caro Fabrizio,
le rotonde sono da sempre la tua passione per gli articoli estivi di Pensalibero e tu in chat mi rispondi “molto, in evoluzione, dalla forma all’adozione…”
Bene sappi che chi scrive recentemente le ha classificate con i grandi della scienza e dell’arte del nostro Belpaese.
Ci sono infatti quelle perfette e a regola d’arte: “le Giottesche”, quelle impegnative dove prestare grande attenzione “le Leonardesche” ed infine quelle impossibili che sono più complicate di un triangolo scaleno…”le Pitagoriche”.
E tu da Whatsapp mi suggerisci: “E’ una nota interessante al pezzo caro direttore…questo è un tema che ci circonda”.
Verissimo ai nostri tempi eroici a il vecchio Il Giorno sarebbe un pezzo rotondo da dettare a braccio tutto d’un fiato ai dimafonisti.
Dici tu: “Fantastico noi che…”
Già Fabrizio noi che allora per arrivare in fretta sulla notizia “entravamo alle rotonde avendo la precedenza su tutti”.
(Cesare Mannucci)

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