È possibile cambiare la società in una logica di unità nazionale e cioè senza una maggioranza politicamente caratterizzata nella sua natura e nei suoi intenti?

Il nostro Presidente del Consiglio ha risposto a una domanda che – ci piaccia o no – gli viene continuamente posta dalla comunità internazionale. E quando diciamo comunità internazionale non parliamo dei finanzieri con il naso adunco che ossessionano, ahimè, non solo la destra populista, ma anche la sinistra parolaia, parliamo di tanti capi di stato, dei dirigenti della comunità internazionale, di Obama.
E rispondendo a questa domanda: non ha posato ad uomo del destino o a leader indispensabile, non ha patrocinato liste né si è dichiarato disposto a capeggiarle, e nemmeno ha snobbato le elezioni e l’importanza del loro responso. Ha semplicemente detto (e meno di questo non poteva dire…) che se, dopo le elezioni, in caso di difficoltà i partiti avessero optato per ricostituire una maggioranza di “unità nazionale”, lui sarebbe stato disposto a guidarla. Punto.
Un paese normale o, più esattamente, forze politiche normali avrebbero reagito in modo normale a questa notizia. L’opposizione sottolineando di essere contrarie all’ipotesi, ma per ragioni di merito, Pd e Pdl affermando che “con Monti è stato bello”, ma che dopo le elezioni erano in grado di dare corso a maggioranze politiche. Punto.
E, invece, una canea di “indignados”in nome della difesa della democrazia e delle sue prerogative. Che ne faccia parte una destra capeggiata dall’‘Unto del popolo’ è logico, seppur vergognoso, e ciò vale anche per la sinistra sfascista di Di Pietro. Ma che, a gridare insieme a loro ci siano anche Bersani e i suoi collaboratori (associati, in questo caso, con Renzi ) è francamente incomprensibile, e perciò estremamente preoccupante.
C’è, in primo luogo, la sensazione che lo stesso Bersani non sia riuscito a razionalizzare, e cioè a spiegare a sé stesso e agli altri, una scelta (quella, appunto, del governo di unità nazionale) di cui pure era stato uno degli artefici principali. La sensazione è che gli manchi la qualità essenziale di un leader, e cioè la capacità di andare controcorrente. Al posto suo, Togliatti, ma anche Brandt e Schmidt, si sarebbero assunti sino in fondo l’‘etica della responsabilità’, proprio perché erano perfettamente consapevoli che l’esercizio convinto della medesima è condizione essenziale per acquisire l’egemonia.
Ora, questa dimensione Bersani non ce l’ha. Né lo aiuta il fatto di guidare un partito che è diventato un nido di vipere all’insegna dell’autodistruzione reciproca e, se vogliamo, il fatto che in Italia la politica è oramai dominata dai media e dai sondaggisti. Non è dunque il caso di infierire su di lui, anche perché, tutto sommato, la “reazione isterica” deriva da una crisi più profonda, leggi dalla totale illeggibilità della sinistra come proposta di governo del paese.
E parliamo della sinistra parolaia, come di quella di governo. La prima inveisce, come da copione, contro il “governo della fame e della miseria”, la sua alternativa è una patrimoniale che allo stato appare poco più di un risarcimento simbolico, più il ripristino dell’art.18 e un po’ di investimenti pubblici. Poi Marchionne fa schifo, ma se il governo lo convincesse a rimanere in Italia non sarebbe male…
E questo è quanto. Perché, se poi andiamo a leggere la ‘dichiarazione d’intenti’ del Pd, siamo di fronte a una vaghezza propriamente desolante.
E, dunque, la reazione isterica di Bersani e C. è un segnale di debolezza, perché la colpa di Monti è semplicemente quella di rappresentare la verità. Di far luce, implicitamente, su di una situazione in cui la sinistra vuole essere l’alternativa, ma non dispone, almeno sino ad ora, degli strumenti (un progetto, un’alleanza) per realizzarla.
Un vuoto pneumatico. Ma che si può cominciare a riempire. Cominciando dal principio. Ricordando, in primo luogo agli italiani, che la nostra “inaffidabilità internazionale” non è un bieca invenzione dei mercati e dei crucchi, ma nemmeno una conseguenza immediata dello stato dei nostri conti pubblici. Perché riflette, nel profondo, le debolezze strutturali della nostra società e del nostro Stato: inefficienza, illegalità, corruzione, paralisi della politica, degenerazioni corporative, deriva fatale verso la stagnazione.
Ciò posto, c’è, immediatamente una seconda domanda, che non investe in alcun modo Monti, ma piuttosto la sua formula di governo. È possibile cambiare la società in una logica di unità nazionale e cioè senza una maggioranza politicamente caratterizzata nella sua natura e nei suoi intenti? Evidentemente no. E l’esperienza di quest’anno sta lì a dimostrarlo.
È su queste basi che la sinistra può rivendicare il diritto/dovere di superare l’esperienza Monti, sotto il segno del “passaggio” necessario, ma non sufficiente.
Ma, naturalmente, per farlo occorre essere credibili. Avere una visione, e puntare a cose concrete. Nel frattempo la sabbia corre irrimediabilmente nella clessidra. E alla fine del tempo consentito c’è sicuramente la catastrofe, non dico per il paese, ma sicuramente per la sinistra e la sua classe dirigente.

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