E’ da lunedì che in Italia, per iniziativa del Comitato di Controllo istituito dal Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, è stata vietata la campagna per la linea di abbigliamento Dolce e Gabbana.
L’immagine che ha suscitato polemiche è quella immortalata dal fotografo Steven Klein e raffigura una donna stesa a terra mentre viene bloccata per i polsi da un uomo muscoloso sotto lo sguardo complice di altri quattro uomini.
L’immagine in esame viola in maniera eclatante gli articoli 9 (“La pubblicità non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale o tali che, secondo il gusto e la sensibilità dei consumatori, debbano ritenersi indecenti, volgari o ripugnanti.”) e 10 (“La pubblicità non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose dei cittadini. La pubblicità deve rispettare la dignità della persona umana in tutte le sue forme ed espressioni.”) del Codice di Autodisciplina.
Ciò che gli stilisti difendono con la prevedibile giustificazione della libertà di espressione artistica, sembra piuttosto un’apologia della sopraffazione maschile nei confronti della donna. Tutti i particolari dell’immagine riconducono a quest’interpretazione. Il macho a torso nudo che sovrasta la donna inerme circondata da altri uomini propone la messa in scena di una violenza di gruppo.
Ma il messaggio più sconvolgente è quello espresso dallo sguardo della donna: la rassegnazione e la passività che vi sono contenuti suggeriscono l’ineluttabilità del fatto e, di conseguenza, l’accettazione del ruolo femminile ridotto a mero strumento del piacere.
Il manifesto pubblicitario si rende, così, artefice di un annullamento simbolico dell’identità femminile e la comunicazione che passa, prima di qualsiasi valutazione critica e meditata, è quella che esprime un qualcosa (il corpo della donna) e non una persona che si trova a livello paritario con gli altri. Ciò che viene esaltato in questa immagine è la sottomissione e lo status di inferiorità della donna.
Questo dimostra come il dibattito sulla condizione della donna non sia affatto concluso, ma anzi appare stagnante in un retaggio culturale sessista e anacronistico, che comprende in primis i media e che mortifica la donna riducendola alla funzione di allodola per il richiamo dell’ossessivo desiderio maschile.
Sono anni che la pubblicità propone un idealtipo di donna negativo e stereotipato: in TV e sui cartelloni pubblicitari campeggiano donne mercificate, scomponibili in primi piani fatti di cosce, labbra, seno e che rafforzano la concezione della donna ridotta a oggetto, strumento del piacere con cui si può giocare e (perché no?) abusare.
E se a dimostrarlo è una delle case di moda più conosciute e seguite da un pubblico costituito per lo più da giovani, il messaggio diventa ancor più pericoloso.
Perché suggerisce che la violenza è di moda.
E che, come tale, va seguita ed esibita.
Lidia Tagnesi

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