
Siamo arrivati a un punto che non si può più ignorare: l’antisemitismo non è confinato ai margini, non è solo lo sfogo rabbioso di piazza o l’anonimo insulto digitale.
Oggi a diffonderlo sono figure che dovrebbero rappresentare autorevolezza, neutralità e competenza: medici, giudici, professori universitari. E ciò che sconvolge non è solo il pensiero privato, ma la spudorata ostentazione pubblica, affidata ai loro profili social, dove tra un post accademico o una riflessione professionale compaiono veri e propri deliri antisemiti e antisionisti.
Il fenomeno è lampante: medici che, invocano odio contro Israele, confondendo la politica con la salute delle persone; giudici che, rilanciano sui propri profili Fb slogan degni di un corteo estremista; professori che, invece di educare al pensiero critico, trasformano le proprie pagine in bollettini militanti, dove l’ebreo diventa bersaglio simbolico e capro espiatorio.
Non si tratta più di un problema di “opinioni personali”: quando queste figure, che incarnano ruoli pubblici, si permettono di esibire simili contenuti, l’istituzione stessa ne viene contaminata.
È un cortocircuito devastante: chi dovrebbe garantire cura, giustizia o formazione si rivela invece veicolo di fanatismo. E il messaggio che arriva agli ebrei, o anche solo a chi porta un cognome che richiama l’ebraicità , è chiaro e spaventoso: non siete più cittadini neutrali tra cittadini, siete bersagli costanti, esposti all’ostilità persino in luoghi che dovrebbero proteggerli.
La gravità non è solo morale, è sistemica: se l’odio penetra in sanità, tribunali e università, significa che lo Stato di diritto non è più impermeabile, e che l’antisemitismo ha già trovato cittadinanza tra le pieghe delle istituzioni. I social, in questo, sono una lente d’ingrandimento crudele: svelano senza filtri ciò che un tempo restava sussurrato. Ed è proprio questa ostentazione pubblica a rendere la minaccia ancora più seria.
In un Paese che si proclama civile, non può esserci spazio per toghe, camici e cattedre macchiate dall’odio. Eppure, oggi è esattamente questo lo scenario che abbiamo davanti.
David Pacifici

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