
Per pochi minuti, l’altro ieri, 174 persone hanno viaggiato dentro un aereo che avrebbe potuto trasformarsi in un’arma. Il volo Flydubai FZ1073, diretto da Dubai a Tel Aviv e con a bordo in larga parte cittadini israeliani, ha rischiato di diventare il teatro di una strage. Il copilota, cittadino omanita, avrebbe accoltellato il comandante indiano Smit Machchhar e tentato di far precipitare il velivolo, che in meno di trenta secondi ha perso quasi 14.000 piedi. Passeggeri ed equipaggio sono riusciti a neutralizzarlo e altri piloti presenti a bordo hanno ripreso il controllo dell’aereo, atterrando in emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita. Le autorità israeliane stanno trattando l’accaduto come un possibile attentato jihadista, mentre il movente resta formalmente sotto indagine.
Ma il punto non è soltanto ciò che è accaduto. È ciò che sarebbe potuto accadere. Se quel disegno criminale fosse riuscito e quell’aereo fosse stato trasformato in un’arma contro Israele, ci saremmo trovati davanti alla stessa logica dell’11 settembre: un aereo civile carico di persone utilizzato per provocare una strage. Questa volta non è successo perché qualcuno a bordo ha avuto il coraggio e la lucidità di intervenire. È mancato pochissimo perché una normale rotta commerciale diventasse qualcosa di infinitamente più grave.
Ed è qui che torna il problema che l’Occidente continua a non voler affrontare fino in fondo. Da anni il fondamentalismo islamico cresce dentro un clima di indulgenza culturale nel quale ogni episodio viene immediatamente sommerso da distinguo, spiegazioni, contesti e giustificazioni. Il fanatismo viene tollerato finché non esplode, la propaganda viene sottovalutata finché non produce radicalizzazione e l’odio viene relativizzato finché qualcuno non prende un coltello, una bomba o, come ieri, il controllo di una cabina di pilotaggio. Abbiamo paura di chiamare il fenomeno con il suo nome perché siamo diventati più preoccupati di apparire intolleranti che di capire cosa abbiamo davanti.
Poi naturalmente dare la colpa a Netanyahu è facile. È diventato il passepartout con cui spiegare praticamente qualsiasi cosa accada in Medio Oriente, quasi che il fondamentalismo jihadista fosse nato con il suo governo e non avesse alle spalle decenni di attentati, organizzazioni terroristiche e stragi ben precedenti all’attuale guerra di Gaza. Le politiche di un governo possono essere contestate quanto si vuole, ma trasformarle nella spiegazione automatica del terrorismo significa confondere deliberatamente causa e contesto. L’11 settembre avvenne nel 2001, molto prima del 7 ottobre, della guerra di Gaza e dell’attuale governo israeliano. Il problema esisteva già, ed era sotto gli occhi di tutti.
Abbiamo volutamente inghiottito un virus che ci sta divorando dall’interno. Non perché qualcuno abbia conquistato militarmente l’Occidente, ma perché siamo stati noi a convincerci che bastasse tollerare tutto, comprendere tutto e contestualizzare tutto affinché il problema si dissolvesse da solo. Non è successo. Il fondamentalismo ha invece imparato a utilizzare le nostre libertà, le nostre esitazioni e perfino i nostri sensi di colpa. Ieri 174 persone sono tornate a casa. La prossima volta potremmo non essere altrettanto fortunati. E quando capiremo che la tolleranza verso il fanatismo non lo disarma ma lo incoraggia, potrebbe essere troppo tardi.
Piero Terracina

Lascia un commento