
Come tutti avrete saputo, ieri a Genova è scattata un’operazione antiterrorismo con arresti e sequestri. Il cuore dell’accusa è semplice da dire e pesante da sostenere: una raccolta fondi presentata come aiuto umanitario avrebbe alimentato, in realtà, Hamas per milioni di euro. Tra gli arrestati c’è Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, indicato dagli investigatori come figura centrale della rete contestata.
Fin qui la materia giudiziaria c’è, almeno nella sua forma: ipotesi di reato, flussi di denaro, ruoli, responsabilità. Ed è proprio per questo che stona la voglia di trasformare gli atti e la comunicazione istituzionale in un palco. Perché quando la giustizia si mette a commentare il mondo, invece di misurare i fatti, si fa male da sola.
A Hannoun viene contestata l’ipotesi di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale. La Procura non lo dipinge come un semplice raccoglitore di donazioni, ma come un riferimento operativo in Italia, collegato a una rete che avrebbe lavorato per anni. Il punto non è “ha raccolto soldi”. Il punto è l’accusa più dura: i fondi sarebbero stati raccolti usando una narrativa umanitaria, ma poi avrebbero preso un’altra strada, finendo in larga parte verso Hamas o verso strutture considerate collegate o controllate. In alcune ricostruzioni si parla di una quota altissima della raccolta, oltre i due terzi, che non avrebbe avuto come destinazione reale l’assistenza civile.
Le cifre che circolano sono importanti, nell’ordine di diversi milioni di euro, e il periodo contestato è lunghissimo, dal 2001 fino a oggi, con un’accelerazione dopo il 7 ottobre 2023. La ricostruzione investigativa descrive un sistema che ruoterebbe attorno a più associazioni, con sedi tra Genova e Milano, usate come snodi per raccolta e movimentazione dei fondi.
La tesi operativa parla di triangolazioni: bonifici, passaggi intermedi, circuiti esteri, fino ad arrivare a realtà nell’area di Gaza e nei Territori Palestinesi indicate come legate a Hamas. In questo quadro compare anche un nome specifico, quello di un esponente di Hamas che, secondo la ricostruzione, avrebbe sollecitato supporto finanziario e mantenuto contatti utili alla rete.
C’è poi un passaggio che cambia la temperatura morale e giuridica della storia: parte di quei flussi, secondo gli inquirenti, sarebbe stata destinata anche al sostegno di familiari di persone coinvolte in attentati e di parenti di detenuti per reati di terrorismo. Non come beneficenza opaca, ma come meccanismo che, nella loro lettura, tiene in piedi i ranghi, protegge il sistema e rende più stabile l’adesione.
Va ripetuto senza esitazioni, perché è qui che spesso il dibattito italiano deraglia: sono accuse. Siamo nella fase cautelare e d’indagine. Sarà un processo, se ci sarà, a dire cosa regge e cosa cade, cosa è dimostrato e cosa no.
Il vero problema, però, esplode dopo. Perché nella comunicazione successiva all’operazione, i vertici delle procure coinvolte hanno sentito il bisogno di aggiungere una presa di posizione sul conflitto, parlando di crimini contro la popolazione palestinese nel corso delle operazioni militari israeliane dopo il 7 ottobre 2023, richiamando anche l’attenzione su un possibile giudizio internazionale.
E qui bisogna essere netti. Un conto è tenere distinti i piani e ribadire che indagare su presunti finanziamenti a Hamas non significa negare la sofferenza dei civili palestinesi. Questo è giusto, persino necessario, perché i morti civili non hanno tessere in tasca e la realtà è sempre più complessa dei cori da stadio.
Un altro conto è usare un linguaggio da condanna politica dentro un contesto che dovrebbe essere asciutto, tecnico, inattaccabile. Perché in quel momento la magistratura smette di sembrare concentrata sulle carte e inizia a sembrare preoccupata di bilanciare l’immagine, come se stesse già dialogando con la piazza, con i social, con la polemica del giorno. E così facendo si espone a due danni immediati.
Il primo è la sfiducia. Metà Paese leggerà quelle parole come militanza, l’altra metà come una cautela comunicativa per non essere accusati di parzialità. Risultato: la neutralità evapora. E la neutralità è la moneta che tiene in piedi l’autorevolezza di chi giudica.
Il secondo è un regalo alla difesa. Perché se carichi un procedimento di geopolitica, concedi un appiglio in più per contestare non solo le prove, ma il clima, l’impostazione, perfino l’idea che chi scrive l’atto abbia bisogno di un cappello politico per rendere “digeribile” un provvedimento.
La verità, quella semplice, è che un’indagine del genere non ha bisogno di cornici morali e geopolitiche per stare in piedi. Se ci sono tracciati, riscontri, conti, collegamenti, si vince in aula. Se non ci sono, si perde. Tutto il resto è superfluo e nel tempo avvelena il rapporto tra cittadini e istituzioni, perché trasforma la toga in un attore del dibattito pubblico invece che nel custode silenzioso delle prove.
E quando la toga diventa un megafono, la giustizia non diventa più forte. Diventa solo più esposta, più fragile, più divisiva.
Piero Terracina

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