
In molte università italiane il conseguimento della laurea triennale non passa più attraverso la tradizionale discussione pubblica della tesi. Lo studente consegna un elaborato finale, una commissione lo valuta e il titolo viene attribuito senza alcun confronto diretto. La proclamazione avviene successivamente, spesso in forma collettiva, come momento celebrativo più che accademico.
Si potrebbe considerare una semplice evoluzione organizzativa, dettata dall’aumento del numero degli iscritti e dalla necessità di rendere più efficienti le procedure. Eppure, dietro questa trasformazione apparentemente marginale, si intravede una questione più profonda che riguarda il ruolo stesso dell’università pubblica. La discussione della tesi non è mai stata soltanto un rito formale.
Rappresentava il momento conclusivo di un percorso di studio, l’occasione in cui lo studente era chiamato a esporre, argomentare e difendere il proprio lavoro davanti ai docenti. Era un passaggio che sanciva pubblicamente l’ingresso nella comunità dei laureati e che attribuiva un significato concreto agli anni trascorsi tra lezioni, esami e sacrifici personali.
La sua progressiva scomparsa segnala un cambiamento più ampio. Da anni alle università viene chiesto di accogliere un numero crescente di studenti, ampliare l’offerta formativa, aumentare la produzione scientifica e rispondere a standard amministrativi sempre più complessi. Tutto questo, però, avviene spesso in condizioni di risorse limitate e con organici che faticano a tenere il passo delle esigenze.
Quando le strutture sono sottoposte a una pressione costante, la semplificazione delle procedure diventa inevitabile. Il rischio, tuttavia, è che insieme agli aspetti burocratici vengano sacrificati anche quei momenti di relazione e di confronto che costituiscono il valore aggiunto dell’esperienza universitaria. L’università non è un semplice sistema di certificazione delle competenze. È un luogo nel quale la conoscenza si costruisce attraverso il dialogo, il confronto critico e il rapporto tra studenti e docenti.
La questione richiama problemi che interessano altri settori fondamentali dello Stato sociale. Anche nella sanità pubblica si assiste spesso al tentativo di garantire prestazioni sempre più numerose e complesse con risorse insufficienti. In entrambi i casi emerge una domanda essenziale: fino a che punto è possibile perseguire l’efficienza senza impoverire la qualità dell’esperienza umana e professionale che le istituzioni pubbliche dovrebbero garantire? Non si tratta di opporre pubblico e privato, né di difendere nostalgicamente pratiche del passato. Si tratta piuttosto di interrogarsi sul tipo di università che il Paese intende costruire.
Un’università che si limiti a distribuire titoli nel modo più rapido possibile può certamente apparire efficiente. Più difficile è misurare ciò che si perde quando vengono meno occasioni di confronto, responsabilizzazione e crescita personale. Per questo il dibattito sulla discussione della tesi va oltre il destino di una singola cerimonia accademica. Riguarda l’idea di formazione che vogliamo trasmettere alle nuove generazioni. Perché una laurea non è soltanto un documento che certifica competenze acquisite. È anche il riconoscimento pubblico di un percorso culturale e umano. E una società che smette di attribuire valore a questi momenti rischia, poco alla volta, di attribuirne sempre meno anche alla conoscenza stessa.
Angelo Santoro

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