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Quando l’economia presenta il conto alla politica
BASTA CON LE PAROLE

Il governo deve essere capace di comunicare le strategie di una politica del fare. di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 8 Novembre 2009

Quando la politica non fa i conti con l’economia, quest’ultima presenta il conto, riportando le chiacchiere alla realtà. Da tempo osservo il progressivo separarsi della politica politicante dai fatti economici, come se i secondi esistessero solo per le pagine specializzate, come se la prima potesse vivere in un mondo separato. Un platonico iperuranio, dove al posto delle idee assolute si trovano quelle inutili.

La stessa narrazione della sconfitta elettorale di Obama, negli Stati Uniti, è condotta più sul filo del costume che su quello della concretezza. Gli americani non stanno tutto il giorno a domandarsi da cosa s’è vestita la moglie del presidente. I saltarelli nel giardino della Casa Bianca distraggono solo gli sciocchi. Pesa, certo, il fatto che il presidente appena eletto, che aveva pronunciato parole di fuoco contro le spese militari, che è stato insignito, da un gruppo di tontoloni svedesi, del Nobel per la pace, chiuda il suo primo anno con un bilancio per la difesa gonfio e pesante come non mai. Ma pesa, prima di tutto, il fatto che il prodotto interno statunitense ha ripreso a crescere, segnando l’uscita dalla crisi, ma anche i disoccupati crescono, senza che si veda la fine dell’emorragia e senza che si abbia idea di quanti anni ci vorranno per tornare al precedente tasso d’occupazione. Questo pesa, e muove l’elettorato.

Da noi, è vero, conta maggiormente lo spirito di bandiera, il senso d’appartenenza ed il voto ideologico (che sopravvive alla morte delle ideologie). Ma mica viviamo nel mondo delle favole. L’Italia ha mostrato un buon scatto, nel tirarsi fuori dalla crisi. La Commissione europea accredita la crescita del nostro pil, per il prossimo anno, esattamente sulla media dell’Unione: +0,7%. La media, però, è influenzata dal fatto che ci saranno ancora Paesi in recessione, come la Spagna. Se si guarda ai dati relativi al 2011, elaborati con i medesimi criteri, già la nostra crescita sarà sotto la media dell’Unione, restando nettamente inferiore a quella di Francia e Germania e ripiombandoci nella condizione che ci tiriamo dietro da troppi anni: cresciamo meno degli altri, il che comporta perdita di quote sul mercato internazionale.

Il deficit, va di pari passo: il nostro, per i due anni prossimi, è più basso della media europea, per la drammatica ragione che abbiamo già il debito più alto, ma nel 2011 il deficit medio europeo si riduce più di quello italiano, e ciò si deve più alla crescita delle rispettive ricchezze nazionali che al contenimento della spesa. Insomma: meno cresciamo più i nostri problemi strutturali si aggravano.

Il governo deve stare bene attento, oltre a non spezzettarsi nel frattempo, a non cadere nella trappola dell’elencazione delle cose fatte, come a dire: non ce ne siamo stati con le mani in mano. Perché le cose fatte, di per sé, significano poco. Posso descrivere in cento azioni la semplice decisione di cuocere degli spaghetti: preso la pentola, messa l’acqua, acceso il fuoco, e così via. Tutte cose fatte, ma insignificanti. Quelle che rilevano sono solo due: a. qual è il menù; b. la bontà del risultato. Il governo deve essere capace di comunicare non solo l’esistenza dei gradini, ma dove arriva la scala. Serve una visione, che giustifichi anche i dolori del presente.

Anche noi abbiamo la disoccupazione in crescita. Corrado Passera ha parlato di 250 mila imprese che, nei prossimi mesi, rischiano di chiudere. Né lamentazioni né allarmismi portano da nessuna parte, ma il Prosperit Index, del Legatum Institute londinese, ci colloca in posizione umiliante quando si tratta di “capitale sociale”, ed in coda se si parla d’innovazione. Complessivamente al ventunesimo posto, superati da tutti i Paesi con cui possiamo direttamente paragonarci. Eppure l’Italia è ricca, l’impresa privata mostra di sapere reagire, i lavoratori sono qualificati e bravi. Ma tutti ce ne stiamo incatenati ad un fisco esagerato ed inefficiente, una scuola costosa e dequalificante, una giustizia dissennata e grottesca. Sono queste cose ad impoverirci. La saggia politica s’impegnerebbe a cambiarle, il più in fretta ed il più radicalmente possibile. La politica del galleggiamento campa di parole, in attesa che arrivi il conto.

Davide Giacalone – Pubblicato da Libero

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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