
Quando i telegiornali italiani parlano dei morti di Gaza seguono quasi sempre lo stesso copione. Si parte dai bambini, si mostrano le macerie, si insiste sulle immagini più strazianti e si costruisce immediatamente un impatto emotivo devastante. Solo alla fine, spesso in poche parole e con tono quasi distratto, viene spiegato il motivo dell’attacco: l’eliminazione di un comandante o di un leader di Hamas nascosto in mezzo alla popolazione civile.
Questo ordine non è affatto innocente. Serve a orientare il giudizio dello spettatore prima ancora che abbia ricevuto tutti gli elementi necessari per comprendere ciò che è accaduto.
La prima notizia che arriva è che Israele ha ucciso donne e bambini. Il fatto che l’obiettivo fosse un esponente di Hamas, protetto dalla presenza dei civili e operante all’interno di un’area abitata, viene relegato in fondo al servizio, quando il verdetto è già stato emesso. Israele è il colpevole, i civili sono le vittime e Hamas scompare dalla scena.
Proviamo allora a raccontare la stessa notizia al contrario.
“Le forze israeliane hanno colpito un leader di Hamas che si nascondeva in un’area civile e utilizzava la popolazione come protezione. Nell’attacco sono morti anche civili, tra cui donne e bambini.”
Non cambia un solo fatto. Non cambia una sola vittima. Non cambia il dolore. Cambia però completamente la comprensione della notizia. In questo caso il pubblico capisce subito che esisteva un obiettivo militare preciso e che la presenza dei civili non era casuale, ma il risultato della scelta di Hamas di operare in mezzo alla popolazione. Nel racconto abituale dei telegiornali, invece, questa responsabilità viene diluita, nascosta o eliminata del tutto.
Il problema non è parlare dei bambini morti. È doveroso farlo. Il problema è usarli come apertura emotiva per catturare ascolti, indignazione e share, lasciando il contesto in fondo, come se fosse un dettaglio marginale. È una tecnica televisiva efficace, ma giornalisticamente indecente.
Le immagini del dolore funzionano. Le macerie funzionano. I bambini feriti funzionano. Tengono incollato il pubblico allo schermo e aumentano lo share. Ma quando la ricerca dell’impatto emotivo viene prima della spiegazione dei fatti, non siamo più davanti all’informazione. Siamo davanti a una costruzione narrativa.
Hamas ha scelto di collocare uomini, strutture operative, depositi, tunnel e centri di comando dentro aree civili. Ha trasformato la popolazione di Gaza in una barriera umana e ha fatto dei bambini uno strumento di propaganda. Ogni volta che questo elemento viene taciuto o relegato in fondo al servizio, viene raccontata soltanto metà della verità.
E una mezza verità, quando viene ripetuta ogni giorno, diventa una menzogna completa.
Il risultato è sempre lo stesso: Israele viene sistematicamente trascinato sul banco degli imputati, mentre Hamas viene assolto per omissione. Sparisce dietro i morti che ha contribuito a provocare, dietro i civili che ha usato come scudi e dietro una narrazione televisiva che preferisce il dolore facilmente spendibile alla complessità dei fatti.
E il 7 ottobre? Il 7 ottobre è stato consegnato agli annali della storia con una scrollata di spalle. Il massacro, le famiglie sterminate, gli ostaggi trascinati a Gaza, le donne violentate, i bambini e gli anziani assassinati sono diventati una premessa lontana, quasi fastidiosa. Un dettaglio da ricordare rapidamente, prima di tornare al racconto quotidiano nel quale Israele deve apparire sempre e comunque come l’unico responsabile.
Questa non è informazione. È immondizia allo stato puro confezionata per lo share, costruita per provocare una reazione emotiva e orientare il pubblico prima ancora che possa ragionare. È una metodologia che cancella le cause, esibisce soltanto gli effetti e pone sistematicamente Israele sul palco degli imputati.
Io ho il dono del pensiero e della parola, e proprio per questo devo fare il mio dovere. Devo dire ciò che penso, senza piegarmi al conformismo, senza accettare che la verità venga smontata e rimontata secondo le esigenze dello share. Lo devo all’onestà intellettuale e al nome che porto. Mi chiamo Piero Terracina e sono ebreo. Di fronte a questa manipolazione, tacere non sarebbe prudenza. Sarebbe complicità.
Piero Terracina

Caro Piero, bellissima e lucidissima analisi. Aggiungo però che, a mio avviso, dietro ci sia anche la volontà di demonizzare Israele. Certi servizi giornalistici altro non fanno che alimentare odio nei confronti di noi ebrei. Non credo alla buonafede dei vari cronisti; un esempio? Quante volte hai sentito dire “l’esercito di Tel Aviv” o “il Governo di Tel Aviv”? Non pretendo che dicano di Gerusalemme (benché questa è la capitale) ma dovrebbero dire semplicemente “esercito israeliano” così come dicono esercito americano e non esercito di Washington, o esercito italiano e non esercito di Roma. Questo perché non sono imparziali ma schierati dalla parte palestinese e non riconoscono Gerusalemme come capitale. Quindi, sempre a mio avviso, oltre allo share c’è la volontà di manipolare l’informazione.
Condivido la chiarezza e il coraggio. Le verità scomode sono quelle che si rivolgono all’intelligenza e alla capacità critica. Purtroppo i nostri mezzi d’informazione seguono solo lo share come scritto. Ma alle voci libere e coraggiose e’ affidato il nostro riscatto dalla massa inerte e manovrabile.
Grazie per la condivisione.