
C’è una sensazione che si fa ogni giorno più evidente: la politica italiana guarda già oltre le prossime elezioni. Non perché il voto abbia perso importanza, ma perché una parte dei partiti sembra impegnata in una partita ancora più decisiva, quella che porterà all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
Le campagne elettorali dovrebbero mettere a confronto programmi, idee e classi dirigenti. Oggi, invece, il dibattito si consuma in una ritualità sempre uguale. Da una parte i “fascisti”, dall’altra i “comunisti”. Slogan che appartengono più al passato che alle sfide dell’Italia di oggi. Intanto crescita economica, competitività, innovazione, demografia, sicurezza internazionale e debito pubblico restano spesso sullo sfondo.
Eppure il Paese continua a esprimere, attraverso le imprese, la ricerca, le professioni e la cultura, competenze che raramente trovano piena rappresentanza nelle istituzioni. È una distanza che si è allargata negli anni e che alimenta la sfiducia degli elettori. In questo contesto ogni dichiarazione e ogni alleanza sembrano avere una doppia lettura.
Ufficialmente si discute del futuro Governo. In realtà si costruiscono gli equilibri che, al momento opportuno, porteranno alla scelta del successore di Sergio Mattarella. Non è un caso che il Quirinale sia già al centro del dibattito. È il segnale che il baricentro della politica si sta spostando. Dopo le crisi istituzionali degli ultimi anni il Presidente della Repubblica non è più visto soltanto come garante della Costituzione, ma come il punto di equilibrio dell’intero sistema. Per questo il profilo destinato a emergere potrebbe essere quello di una personalità di grande autorevolezza istituzionale, capace di rassicurare i mercati, gli alleati internazionali e le istituzioni europee.
Una figura che conosce i grandi dossier economici del Paese, dal debito pubblico all’immenso patrimonio di risparmio degli italiani, una delle vere ricchezze strategiche della Repubblica. I nomi che oggi circolano potrebbero essere soltanto schermaglie. Le grandi partite istituzionali si preparano lontano dai riflettori. Prima si misurano gli equilibri parlamentari, poi emergono le candidature in grado di raccogliere consensi trasversali. È anche per questo che le prossime elezioni politiche rischiano di essere vissute come una tappa intermedia.
Non perché siano meno importanti, ma perché rappresentano il passaggio verso un obiettivo ritenuto ancora più strategico. Quando la politica inizia a discutere del Quirinale prima ancora che delle urne, significa che la partita più importante è già cominciata. E forse si sta giocando lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.
Angelo Santoro

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