Quando Donald Trump e Vladimir Putin si stringono la mano, non si tratta mai di un semplice saluto. Ogni gesto, ogni sorriso trattenuto, ogni inclinazione del corpo diventa un messaggio politico, un tassello di quella diplomazia parallela che si muove sul terreno del linguaggio non verbale. Il loro ultimo incontro in Alaska, nell’agosto 2025, non ha fatto eccezione: la stretta di mano prolungata, le pacche sulle spalle, la gestione dello spazio fisico e persino le posture sedute hanno attirato immediatamente l’attenzione degli esperti di comunicazione.
In un contesto in cui le parole possono essere calibrate, persino svuotate dal cerimoniale, i gesti rivelano la parte nascosta del negoziato: chi cerca di dominare, chi tenta di bilanciare, chi manda segnali di complicità o di sfida. Studiare il linguaggio non verbale di questo incontro significa leggere una sceneggiatura parallela alla cronaca ufficiale: meno attenta ai comunicati stampa, più sensibile alle sfumature della comunicazione umana.
Il momento dell’arrivo è spesso il più rivelatore: prima ancora che inizi la trattativa, la coreografia dei saluti stabilisce gerarchie, complicità o tensioni. Sul tarmac di Anchorage, Trump e Putin hanno messo in scena una stretta di mano destinata a essere scomposta e analizzata fotogramma per fotogramma.

Trump ha teso la mano con il palmo rivolto verso l’alto, un gesto che in apparenza comunica cordialità, ma che nella grammatica non verbale può suggerire una posizione subordinata. Putin ha colto l’occasione con un sorriso “autentico”, cioè non di circostanza: gli angoli della bocca in sincronia con gli occhi, segnale che almeno in quel momento l’emozione era reale.
Ma la partita non si è chiusa lì. Trump ha aggiunto una pacca sulla spalla, classico gesto da “sono io che conduco”. Una correzione in corsa che ha trasformato la stretta in un duello silenzioso: chi guida il braccio, chi decide la durata, chi interrompe per primo. Persino lo spazio personale è diventato terreno di contesa: Trump ha attratto Putin dentro il proprio “territorio”, come a dire “giochiamo in casa mia”, anche se si trovavano entrambi in territorio neutro.
Complessivamente nella fase iniziale si è visto Putin procedere spedito sul tappeto rosso, con la giacca abbottonata e gesti di aggiustamento della stessa, in un atteggiamento formale mai venuto meno, a differenza di Trump che procedeva caracollando con la giacca non abbottonata.

Il “giochiamo in casa mia” è poi proseguito con l’invito di Trump a Putin di procedere con la sua automobile verso la sede dei negoziati.
Qui, sempre nell’ottica della gestualità non verbale, ci soccorre l’analisi di uno dei segnali più ricorrenti, il cosiddetto reverse steeple: le mani unite a formare un tetto rovesciato, tipico di chi vuole sottolineare autorità e controllo. Entrambi i leader lo hanno esibito, come due attori che recitano la stessa battuta per non cedere la scena.
La stretta di mano, già carica di tensione, ha visto piccoli pats — colpi di mano dati da Putin sul braccio di Trump. È il linguaggio del dominio: chi tocca stabilisce i confini. Ma è stato Trump a chiudere la stretta, dettaglio che in questo genere di partite vale più di un comunicato stampa.
Non meno eloquente la “pacca sulla schiena” di Trump: apparentemente amichevole, ma in realtà un gesto ambiguo che contiene sempre un sottotesto di guida, se non di comando. Come a dire: siamo amici, ma vengo io davanti.
Se la stretta di mano inaugura la partita, è nella postura che si misura la sua continuità. Seduti durante la conferenza stampa, Putin e Trump hanno incarnato due stili opposti. Putin ha scelto il manspreading: gambe divaricate, busto eretto, occupazione massima dello spazio. È la postura del “padrone di casa” anche quando la casa non è sua. Trump, invece, è apparso più contratto, meno disteso, quasi in contenimento. Da qui i commenti di chi lo ha letto come subordinato, ma il gioco poteva essere più sottile: lasciare a Putin il dominio dello spazio per riservarsi la centralità del ritmo comunicativo.
Significativo il gesto della mano sulla schiena, che Trump ha usato più volte con Putin: cortesia? Dominio discreto? Forse entrambi. È in questa ambivalenza che il linguaggio del corpo acquista la sua forza: dire due cose opposte nello stesso momento.
Al termine, la differenza si è accentuata. Putin immobile e saldo, Trump irrigidito, con un sorriso appena accennato e lo sguardo meno diretto. Fatica, certo, ma anche contrarietà. Quando i risultati non arrivano, lo si legge prima nei muscoli che nei verbali.

La contrarietà di Trump si è espressa in vari modi, e le difficoltà del dialogo con Putin hanno visto alla fine la rinuncia al sigillo conviviale. Alcuni giornalisti presenti hanno sottolineato i volti terrei dei collaboratori di Trump, come la portavoce Karoline Leavitt e l’inviato speciale Steve Witkoff. Il giornalista Peter Alexander, ha affermato che i loro “occhi erano spalancati” e “cinerei“. Leavitt “sembrava stressata e ansiosa“, mentre Witkoff “entrava nella stanza, poi usciva velocemente, poi rientrava“. Per il giornalista sembravano “impalliditi, quasi spaventati dopo ciò che avevano visto a porte chiuse“.
Visto nel suo insieme, l’incontro è stato una partita a scacchi giocata anche con i corpi. Trump, lo showman che alterna deferenza e protagonismo, pronto a concedere per poi riprendersi la scena. Putin, il chess player, impassibile e granitico, che comunica forza occupando lo spazio e mostrando il minimo indispensabile.
Non sono solo due stili personali: sono due concezioni del potere. Da un lato l’improvvisazione teatrale, ma anche una certa flessibilità, dall’altro la calma glaciale del calcolatore. Trump che consuma energia per sorprendere, Putin che la conserva per durare. E tuttavia Putin perde il suo aplomb quando i giornalisti presenti gli rinfacciano sovrapponendosi con voci eccitate le uccisioni di civili e lui prima fa facce strane, poi addirittura sistema le mani le mani attorno alla bocca a mo’ di megafono, mentre un rassegnato Trump ripete “Thank you, press, Thank you, press”.

Il non verbale, più delle parole, ha reso visibile questa tensione: un equilibrio instabile tra complicità e competizione, tra rispetto e diffidenza.
Quando due leader di questa portata si incontrano è necessario andare oltre le semplificazioni e l’immancabile propaganda social, sono uomini di potere, non marionette, ha senso per questo utilizzare tutti gli strumenti che riescono ad andare oltre gli scarni comunicati stampa o le dichiarazioni calibrate. L’attesissimo incontro, iniziato intorno alle 15.30, si è concluso bruscamente dopo sole due ore e mezza, nonostante un portavoce del Cremlino avesse precedentemente espresso l’opinione che i colloqui avrebbero potuto durare almeno sei o sette ore.
È stato il linguaggio del corpo, più che quello dei comunicati, a offrire la narrazione autentica di ciò che accade dietro le quinte. L’incontro di Anchorage lo ha mostrato con chiarezza: strette di mano trasformate in contese, posture come dichiarazioni di stile politico, gesti rivelatori nei momenti di tensione. Non serve decifrare un codice segreto, a volte basta osservare il teatro del corpo.
La diplomazia internazionale è infatti anche spettacolo, e lo è sempre stata: una recita in cui il palco non sono solo i microfoni, ma anche lo spazio fisico, i movimenti, i sorrisi che compaiono e scompaiono. Guardare Trump e Putin significa leggere tra le righe di un testo non scritto: la sceneggiatura silenziosa della politica globale, che spesso racconta più delle frasi misurate pronunciate al microfono.
Luciano Priori Friggi
P. S.: un grazie particolare a Gioia Maria Campolo, medico e appassionata di linguaggio non verbale e mia storica amica, che mi ha segnalato l’argomento, poi diventato articolo.

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