Solo chi vuol fare scempio della verità può affermare, come fa Rampini, che Craxi è stato un dilapidatore, che ha generato il debito pubblico di questo Paese.

le scrivo a proposito di quanto affermato dal Vostro corrispondente Federico Rampini nel suo libro “Alla mia sinistra” a proposito dei vari giudizi espressi su Craxi e, in particolare, riguardo al processo di sviluppo economico che caratterizzò gli anni del suo governo.
Solo chi vuol fare scempio della verità può affermare, come fa Rampini, che Craxi è stato un dilapidatore, che ha generato il debito pubblico di questo Paese, che negli anni del suo splendore l’inflazione schizzò alle stelle. Per far parlare i fatti che devono segnare e caratterizzare il giudizio su Bettino Craxi vale la pena ricordare che dal dopoguerra fino al crollo del muro di Berlino la stragrande maggioranza delle leggi di spesa che hanno portato il debito pubblico a livelli insopportabili sono state approvate in Aula e/o in Commissione sempre con il voto favorevole o con l’astensione contrattata della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano (che negli anni 60-70-80 raccoglievano circa il 70% dei voti) e, vale la pena, ricordare che quando nell’agosto del 1983 il primo Governo Craxi iniziò ad operare, la situazione e le prospettive dell’economia italiana apparivano a molti osservatori già estremamente gravi. I deficit di bilancio superavano 50.000 miliardi di lire.
La produzione industriale era crollata del 7%. Le quotazioni azionarie crollavano, al punto che, solo pochi mesi prima, si era stati costretti ad un intervento assolutamente eccezionale: la sospensione per tre giorni dell’attività di Borsa per evitare un vero e proprio tracollo. Inoltre, per chiarire in modo inequivocabile quale è stato il ruolo svolto da Craxi sull’economia del Paese vale la pena riportare qualche stralcio delle considerazioni finali del Governatore Carlo Azeglio Ciampi (che sicuramente non è mai stato un craxiano impenitente) alla 93° assemblea della Banca d’Italia: “…Nel 1986 si sono concentrati i frutti di una azione tenace e di tendenze positive come non era più avvenuto da quando la prima crisi petrolifera, unendosi a squilibri interni, serrò l’economia italiana nelle strette dell’inflazione e ne minò la possibilità di sviluppo. La produzione e soprattutto la domanda interna hanno accelerato la crescita al 2,6% dell’una, al 3,2% dell’altra; il fabbisogno statale è stato contenuto entro i 110 mila miliardi, al netto degli interessi e delle regolazioni di debiti pregressi è sceso da 47.000 a 36.000 miliardi di lire. Soprattutto, l’inflazione è stata piegata.
Quei progressi sono stati il risultato ultimo dell’azione del Governo, che si oppose alla deriva a cui, all’inizio degli Anni ’80, i prezzi e il sistema produttivo stavano abbandonandosi e che affrontò le cause interne dell’inflazione. L’economia italiana è stata sottratta a squilibri irreparabili.
L’ampliarsi del disavanzo pubblico veniva contrastato, la politica delle tariffe e dei prezzi amministrati cercava di contemperare le esigenze allocative e distributive con quella di non alimentare l’inflazione”.
Infine, per dare a tutti i cittadini-lettori del suo giornale la possibilità di conoscere, una volta per tutte, come sono andate le cose è doveroso dare la parola direttamente all’imputato: “…E’ vero che lo stock del debito pubblico durante il mio governo è cresciuto più del PIL. Debbo tuttavia osservare che questa è stata una caratteristica costante degli ultimi decenni. Solo nel 1995 si è riusciti a frenare il rapporto debito/PIL, che ha raggiunto quota 124,9 nel 1994 e nel 1995 è leggermente sceso a 124,4. Negli anni che vanno dal 1983 al 1987 si scelse come priorità strategica l’obiettivo di portare a risanamento l’economia reale. Ciò significava il ritorno al profitto delle imprese e il loro radicale risanamento finanziario. La finanza pubblica migliorò anch’essa (il fabbisogno del Tesoro passò dal 14% del prodotto lordo all’11,3%. Un miglioramento certamente insufficiente dovuto anche al fatto che nel contempo avevamo preso e poi rispettata la decisione di non aumentare la pressione fiscale (era al 36,8 nel 1983 e restò al 36,7 nel 1987). Comunque, alla fine di quella azione di governo, le società di “rating” internazionali attribuirono al nostro Paese la valutazione massima, la tripla A, portando in questo modo l’Italia nella aristocrazia dei paesi industrializzati.
Questa posizione non è stata mai più riconquistata. Lo sviluppo era stato del 3%, il tasso di inflazione era sceso dal 16% al 4%, la conflittualità ridotta al minimo e cioè al livello più basso a partire dal dopoguerra”. Questo e tanto altro scriveva Bettino Craxi sull’Avanti di mercoledì 28 gennaio 1998. A buon intenditor poche parole!
I dati recentemente forniti da Oscar Giannino in riferimento al debito pubblico italiano attinto dai dati ufficiali della Banca d’Italia, aggiornati in euro a oggi rendono ancor più paradossali e mistificatori i giudizi su Craxi riportati da Rampini. Nel 1992, quando iniziò Mani pulite, il debito pubblico italiano era complessivamente di 795 miliardi di euro. Oggi è salito fino a 1.931 miliardi. Anche rapportandolo al Pil il debito, che era circa l’85%, è arrivato al 120%. Nella cosiddetta Prima repubblica, considerando il periodo che va dal primo governo De Gasperi del 1945 (dopo la breve parentesi di Parri) al governo Andreotti, che cadde con le elezioni del 1992, il debito pubblico era alimentato al ritmo di 47,5 milioni di euro al giorno, che assommavano a 14 miliardi l’anno. Nella seconda Repubblica il debito è salito a 60 miliardi di euro l’anno. Dal 1992 al 1994, nella fase di transizione durante l’offensiva di Tangentopoli, coi governi Amato e Ciampi, il debito pubblico è arrivato a 950 miliardi, con 185 milioni di indebitamento al giorno. Dal 1992 al giugno di quest’anno il debito pubblico è dunque cresciuto a dismisura di ben 1.136 miliardi, dei quali 981 dal 1994 al giugno del 2011. Scomponendo la cifra risulta che durante il primo governo Berlusconi, che è durato solo 252 giorni, la crescita del debito è stata cospicua, di ben 330 milioni al giorno (record assoluto), col governo Dini, che gli è succeduto, è stata sempre molto alta, ma leggermente più lieve, e cioè di 207,3 milioni al giorno, con il Prodi uno (1996-1998) è scesa a 96,2 milioni al giorno, con D’Alema (1998-2000) è scesa ancora, a 76,3 milioni al giorno, con Amato (2000-2001) è lievitata a 124,5 milioni al giorno. Ma l’aumento più corposo si rileva ancora col governo Berlusconi II-III (2001-2006).
Nei cinque anni di governo del centro-destra l’incremento è stato di 124,3 milioni al giorno, è sceso con il Prodi due (2006-2008) a 97,5 e risalito ancora col Berlusconi IV (2008-2011) fino a 217,8 milioni al giorno. Sono dati inconfutabili, che provano che: non è vero che la colpa del debito risale ai governi allegri della Prima repubblica, che pure il debito pubblico aveva aumentato, che i due governi Berlusconi sono stati quelli che hanno prodotto il più alto incremento del nostro debito, che nonostante tutte le finanziarie, le manovre e i sacrifici richiesti agli italiani, il debito pubblico (a fronte di una crescita del prodotto interno lordo di solo lo 0,6% negli ultimi dieci anni) non solo non è stato controllato, ma è gravemente e colpevolmente aumentato. Chi bisognerebbe processare?
La prima o la seconda Repubblica?

Bettino fu grande. Poi concesse ai comunisti la porta del socialismo, al Vaticano la conferma dei privilegi, alla demagogia la lotta alla droga.