
Da quando Benjamin Netanyahu ha trascinato Donald Trump in questa guerra – e nonostante annunci di tregua seguiti, solo il giorno dopo, da bombardamenti devastanti su Beirut – le esternazioni del presidente americano, già estreme, si sono fatte sempre più scomposte. Sempre più pericolose. Al limite della razionalità. Non è solo il tono a preoccupare, ma la frequenza e la natura di dichiarazioni che evocano scenari apocalittici, ricordando sinistramente quelle di leader che la storia recente ci ha consegnato come monito. E c’è da dirlo: forse fanno più male queste parole, ripetute ogni giorno, delle stesse azioni che potrebbero seguirle. Perché chi le pronuncia non è un osservatore qualsiasi. È il presidente degli Stati Uniti, un uomo che dispone realmente del potere militare più distruttivo mai concentrato nelle mani di una singola persona. È questo il punto più inquietante: non si tratta di retorica vuota, ma di minacce che potrebbero tradursi in realtà. Non si può accettare che la civiltà venga messa in discussione ogni mattina da parole irresponsabili. Non è più soltanto una questione politica o diplomatica: è un problema globale, che riguarda la sicurezza e il futuro dell’intero pianeta. E riguarda soprattutto gli Stati Uniti, che da garanti della stabilità internazionale rischiano di trasformarsi in un fattore di instabilità e paura. I segnali in realtà c’erano da tempo. Da quando Trump parlava con leggerezza di annettere il Canada o di appropriarsi della Groenlandia, come se il mondo fosse una proprietà privata, una scacchiera su cui muovere pedine a piacimento. Io le voglio perché ci voglio giocare, diceva come i bambini capricciosi. Parole che allora potevano sembrare provocazioni, ma che oggi assumono un significato ben più grave. Un uomo che mostra segnali così evidenti di squilibrio non può restare al comando della più grande potenza militare del pianeta. Ma non spetta a noi fermarlo: spetta ai cittadini americani, al loro senso di responsabilità, alla loro capacità di riconoscere il pericolo prima che sia troppo tardi. Le prossime elezioni di medio termine saranno un passaggio cruciale. L’auspicio è che non si arrivi a quell’appuntamento con danni già irreparabili. Perché qui non è in gioco solo una leadership politica. È in gioco l’equilibrio del mondo.
Angelo Santoro

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