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Israele-Libano: bombe sulla tregua

Il mondo non ha fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo per l’annuncio di una tregua tra Stati Uniti e Iran, che Israele ha scatenato sul Libano la peggior offensiva dall’inizio del conflitto. Una pioggia di missili, quella dell’operazione ‘Oscurità eterna’ – così è stata ribattezzata dalle forze armate israeliane – che ha raso al suolo case, strade, infrastrutture e provocato più di 250 morti in poche ore. Un colpo sferrato quasi a tradimento, quando ormai tutti speravano nell’apertura di una finestra diplomatica. Invece, il governo del premier Benjamin Netanyahu ha manifestato nella sua forma più brutale il dissenso nei confronti del cessate il fuoco raggiunto poche ore prima tra Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, che diversi commentatori israeliani avevano definito “la peggior disgrazia per lo Stato di Israele da decenni”.

di Alessia De Luca | 10 Aprile 2026

Il mondo non ha fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo per l’annuncio di una tregua tra Stati Uniti e Iran, che Israele ha scatenato sul Libano la peggior offensiva dall’inizio del conflitto. Una pioggia di missili, quella dell’operazione ‘Oscurità eterna’ – così è stata ribattezzata dalle forze armate israeliane – che ha raso al suolo case, strade, infrastrutture e provocato più di 250 morti in poche ore. Un colpo sferrato quasi a tradimento, quando ormai tutti speravano nell’apertura di una finestra diplomatica. Invece, il governo del premier Benjamin Netanyahu ha manifestato nella sua forma più brutale il dissenso nei confronti del cessate il fuoco raggiunto poche ore prima tra Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, che diversi commentatori israeliani avevano definito “la peggior disgrazia per lo Stato di Israele da decenni”. Così, per far saltare il banco, quale modo migliore se non quello di incendiare un altro fronte, quello libanese, direttamente collegato a Teheran? In serata, il premier Netanyahu ha rivolto un discorso alla nazione affermando che l’accordo di cessate il fuoco di due settimane raggiunto tra Washington e Teheran “non include il Libano”. In questo quadro, l’apertura di un nuovo fronte nel Paese dei Cedri appare un modo per rimettere in discussione gli equilibri appena raggiunti. La replica iraniana è stata immediata: Teheran ha nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz, accusando Israele di violare la tregua e di rendere “priva di senso” qualsiasi ipotesi negoziale.

Israele sabota la tregua?

Sembra chiaro, dunque, che l’esecutivo israeliano speri nel fallimento dei colloqui previsti sabato a Islamabad e che farà ogni cosa in suo potere per farli deragliare. Il Libano, da questo punto di vista, è la freccia all’arco perfetta per fermare la trattativa. I massicci bombardamenti diretti a “finire il lavoro” – come ha dichiarato il capo di Stato maggiore israeliano Eyal Zamir – ovvero estirpare la presenza di Hezbollah nel sud del paese, si inseriscono però in una logica più ampia. L’obiettivo è consolidare una cintura di sicurezza oltre i confini israeliani: a Gaza, dove le truppe restano dispiegate su larga scala, e in Libano, con una presenza sempre più profonda per allontanare i miliziani sostenuti da Teheran. È una dottrina che segna un cambio di paradigma. Come ha spiegato l’ex generale israeliano Assaf Orion, l’uso delle zone cuscinetto rappresenta una nuova dottrina di sicurezza secondo cui “le comunità di confine non possono essere protette dal confine stesso. Israele non aspetta più che l’attacco arrivi”, ha aggiunto. “Individua una minaccia emergente e la attacca preventivamente”.

Bibi guarda al voto?

Ciononostante, in Israele sanno bene che Washington non può permettersi di prolungare ulteriormente il conflitto, e con esso i contraccolpi sui prezzi dell’energia, rischiando di sconvolgere l’economia globale. La domanda che circola in queste ore è fino a che punto gli americani siano disposti a fare concessioni a Teheran, sull’arricchimento dell’uranio e sulle capacità missilistiche pur di sfilarsi dalla guerra. Per Netanyahu – che le ha vendute per anni come minacce all’esistenza stessa di Israele – sono entrambe questioni essenziali. Sullo sfondo ci sono le elezioni politiche di novembre. Gli ultimi sondaggi indicano che la guerra non ha rafforzato il consenso per il premier israeliano, mentre l’opposizione è già in piena campagna elettorale: “Israele non era nemmeno al tavolo quando sono state prese le decisioni che riguardano la sua sicurezza nazionale. Ci vorranno anni per riparare i danni politici che Netanyahu ha causato per arroganza, negligenza e mancanza di pianificazione strategica”, ha attaccato Yair Lapid. È chiaro dunque che, in quest’ottica, l’offensiva libanese offre al premier la possibilità di proiettare un’immagine di forza, dissimulando il fatto che neanche uno degli obiettivi del conflitto è stato raggiunto. Non il regime change a Teheran, non l’obliterazione della capacità nucleare iraniana né del suo arsenale missilistico. E che, alimentando lo scontro, Netanyahu riesce ad allontanare una resa dei conti politica a cui si sottrae, incredibilmente, dal 7 ottobre 2023.

Trump tra due fuochi?

L’offensiva israeliana, tuttavia, espone in maniera palese i limiti degli Stati Uniti nel gestire l’alleato mediorientale, che potrebbe tenerli intrappolati in un conflitto da cui ora cercano di uscire. In un’intervista a PBS News Hour, Trump ha confermato che il Libano “non era incluso nell’accordo… a causa di Hezbollah”, aggiungendo che quella libanese, è “una scaramuccia distinta”. Minimizzare, però, non basterà a contenere i danni. La maggior parte degli americani non vuole questa guerra e soprattutto non vuole le ricadute economiche che essa comporta. I sondaggi sono chiari su questo, come sul fatto che il conflitto sta erodendo i consensi nei confronti del presidente e dei repubblicani, in un anno elettorale. Eppure, dopo settimane di sfuriate contro gli alleati europei per non aver sostenuto a sufficienza gli Stati Uniti, ora sembra essere il rapporto di alleanza con Israele a rappresentare il rischio maggiore per gli interessi statunitensi in Medio Oriente. Teheran considera il cessate il fuoco in Libano parte essenziale dell’accordo e ha annunciato di aver bloccato il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz in risposta all’offensiva. Questo mette Washington davanti a un bivio sempre più netto: seguire Israele in un’escalation senza fine oppure imporgli una tregua, con il rischio che non venga rispettata? Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi lo ha sintetizzato in modo palese: “I termini dell’accordo sono chiari ed espliciti – ha scritto su X – Gli Stati Uniti devono scegliere: o il cessate il fuoco, o proseguire la guerra via Israele. Non possono avere entrambe le cose”.

Il commento

Di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“Anche prima che venisse annunciata, Netanyahu aveva chiarito che l’eventuale cessazione delle ostilità non avrebbe riguardato il Libano: lo stato ebraico avrebbe continuato la sua guerra ad Hezbollah, ormai diventata un’aggressione all’intero paese. Iraniani e negoziatori pakistani sostengono invece che i bombardamenti devono fermarsi lungo tutti i fronti del Levante mediorientale. Sono gli americani che su questo delicato problema non si sono ancora espressi con chiarezza”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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