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Qualche considerazione dopo le dimissioni di Cuperlo

di Alessandra Nardon | 26 Gennaio 2014

La mancanza di una dialettica fra le parti è mancanza di un pensiero ben fondato, più in generale è l’effetto della mancanza di una visione della politica e della società.

gianni-cuperloLe dimissioni di Cuperlo vengono in queste ultime ore variamente interpretate ponendo l’attenzione sulla coesione del partito, sulle alternative proposte rispetto alla proposta di riforma della legge elettorale, sui risentimenti di tipo personale e non aggiungerò altro rispetto a questi temi. Colgo invece l’occasione per allargare il discorso evidenziando un aspetto della lettera dell’ex presidente del PD che mi sembra interessante e, alla fine, il vero nocciolo della questione. Nella sua lettera di dimissioni indirizzata a Renzi, Cuperlo esprime una valutazione politica sul “metodo seguito nella costruzione della proposta” lamentando il fatto che la discussione in seno al partito sia stata considerata come una “parentesi irrilevante ai fini di un miglioramento delle soluzioni” e in conclusione si dichiara “allarmato per una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e di pensiero”. Sono, a mio avviso, motivazioni molto forti che toccano la radice del problema, non solo del PD e della sinistra, ma, volendo allargare, di tutto il Paese. Quindi la lettera di Cuperlo, che mi ha colpito per la sua onestà, mi fornisce lo spunto per considerazioni più ampie e non strettamente legate a quel contesto.

La mancanza di una dialettica fra le parti è mancanza di un pensiero ben fondato (di proposito non uso il termine “forte” che potrebbe essere travisato e comunque andrebbe spiegato), più in generale è l’effetto della mancanza di una visione della politica e della società. L’omologazione di linguaggio e di pensiero citate nella lettera sono proprio questo: l’agire spinti dall’urgenza del momento “navigando a vista”, l’inseguire mode, luoghi comuni, facili consensi per un puro calcolo strategico o per arginare situazioni di crisi senza però sapere bene dove si va. La nostra società sta perdendo sempre di più il senso civico, il senso delle istituzioni, il tessuto culturale si sta sfaldando ed evidenzia le differenze sociali e di opportunità, aumentano gli esempi di atteggiamenti e comportamenti di inaccettabile intolleranza. E’ sempre più urgente ri-costruire il senso della vita comune su principi fondanti e ormai imprescindibili. E’ vero che l’urgenza del momento è il lavoro, e tale obiezione spesso costituisce un alibi, ma lavoro può voler dire tante cose: può voler dire dignità, doveri e diritti, garanzie, tutele e può anche voler dire flessibilità al limite dello sfruttamento (se non vera e propria moderna schiavitù), mancanza di tutele e garanzie, libera interpretazione del concetto di sicurezza e così via. Voglio dire che non si può parlare di lavoro comunque sia (non parlo ovviamente ponendomi dalla parte di chi il lavoro lo perde e qualsiasi cosa può essere utile per sopravvivere; è la politica che dovrebbe avere altri meccanismi di ragionamento). Il lavoro deve presupporre concetti di equità sociale, rispetto della persona, della sua integrità fisica e psichica, deve essere un’occasione di promozione sociale e così via. Accettare l’idea di un lavoro comunque sia da parte della sinistra è derogare ai propri principi, in definitiva è non essere di sinistra. Ecco un buon esempio di omologazione e pensiero unico.

Ho affrontato il tema del lavoro perché è la questione più calda in questo momento ma rifondare la cultura del nostro paese significa a mio avviso porre problemi altrettanto urgenti anche se vengono spesso considerati alla stregua di fenomeni di costume che, ogni tanto, a dire il vero, ritornano ma sembrano più un riempitivo tra le tornate di “baruffe chiozzotte” che vere questioni da prendere sul serio. Mi riferisco a temi forti come la laicità dello Stato che, detta così, sembra uno slogan ma che investe la vita di ognuno, basti pensare alle unioni di fatto, al testamento biologico, alla fecondazione assistita, per non parlare dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica in materia di istruzione. Ma c’è anche il problema delle carceri, un esempio di inciviltà sul quale si tornerà in extremis per cercare di evitare (forse) le sanzioni della Comunità europea. E si tornerà con dei provvedimenti dettati dall’urgenza, improvvisati, come la depenalizzazione di qualche reato o l’indulto, tanto per trovare una soluzione tappabuchi, quando si sa che qualsiasi provvedimento di questo tipo è insensato se non è accompagnato da un programma di reinserimento del soggetto nella società, se le carceri continuano ad essere solo un luogo di pena e non di riabilitazione. E poi l’immigrazione di cui ci si accorge e per cui ci si commuove solo dopo le tragedie ma che è da sempre stata gestita all’insegna del buonismo, dell’indifferenza e dell’incuria che hanno fatto emergere gli aspetti più beceri degli Italiani. Concludo con la scuola perché è una cosa che mi sta particolarmente a cuore, essendo un’insegnante, perché in essa è racchiuso il futuro dell’Italia e perché è il paradigma dell’improvvisazione e degli umori del momento. Si avvicendano i governi e ognuno di essi aggiunge un provvedimento, butta là un’idea, propone un’innovazione magari in contrasto con quanto ha stabilito il precedente, senza modificarla, si aggiunge, si complica, si confonde senza una precisa idea di come vorremmo che fosse questa scuola. Mi fermo qui, con questa nota polemica perché il discorso mi appassiona e mi porterebbe a divagare rispetto all’argomento affrontato.

Ribadisco, in conclusione, la necessità del confronto, del dibattito per la costruzione di un sistema di principi condivisi, privi di ambiguità e vaghezza non buoni per tutte le circostanze ma buoni per affrontare coerentemente le varie circostanze.

Pubblicato in : Primo piano

Info Alessandra Nardon

Alessandra Nardon, laureata in Filosofia della Scienza all’Università di Trieste, è insegnante di lettere. Ha collaborato a riviste specializzate nella didattica e pubblicato testi sul teatro per insegnanti ed educatori e di narrativa per ragazzi.
– Alessandra Nardon, Laboratorio Teatro – Proposte per fare teatro nella scuola, Dino Audino Editore, Roma 2013 (manuale per insegnanti e operatori)
– Alessandra Nardon, Il Novellino, scelta antologica – Gioacchino l’amanuense e altri racconti, Agenzia Libraria Editrice, Trieste 2013 (narrativa per ragazzi)
– AAVV (a cura di F. Audino e L. Musatti), Casa mia/casa tua – Fare scuola con l’arte, Dino Audino Editore, Roma 2018 (didattica)

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