Mentre un lavoratore si dibatte con i suoi novecento euro mensili, l’affarista della camorra si ritira a casa, ogni giorno, con buste piene di soldi.
“Tengo quaranta miliardi d’euro e non so come spenderli” confessò ultimamente Berlusconi, erede di De Gasperi e strenuo difensore del valore della famiglia.
L’imprenditoria criminale deve fare i conti con un problema simile: alimentare la circolazione continua di un flusso colossale di reddito in un sistema di respiro internazionale.
In Campania le imprese che gestiscono capitali più ingenti sono due: gli enti pubblici e le organizzazioni criminali.
Consulenze, appalti pubblici, società miste, sono una ghiottoneria. La politica è un vero e proprio affare. Si spazia dal business munnezza agli scandali nella sanità pubblica, dalle società esattrici d’imposte a quelle che gestiscono la formazione professionale.
I capitali derivanti dai traffici illeciti prendono direzioni molteplici grazie al sistema finanziario: dallo sviluppo del settore turistico di paesi come la Spagna ad esempio, alla grande impresa del Nord Italia di proprietà delle stesse Banche, sino ad attività perfettamente legali che si svolgono alla luce del sole nelle città campane: edilizia e “indotto”, distribuzione commerciale, servizi, professioni, etc.
Laddove non ci sono estorsioni, e le pistole non sparano, è perché esistono concentrazioni monopolistiche d’attività legali nelle mani del sistema.
La cultura prevalente che la società produce è una cultura di camorra. Giuseppe Marrazzo, giornalista d’inchiesta, racchiuse in un fortunato libro la vita e le gesta di un famoso criminale che infestò la Campania negli anni 80: Raffaele Cutolo. Il regista Tornatore, ne trasse ispirazione per realizzare il film: “Il Camorrista”.
I ragazzi di Napoli conoscono quel film a memoria. I figli del Sistema, invece, studiano nelle migliori Università, si laureano nei tempi prestabiliti e diventano assistenti universitari. Nel paese del gattopardo, di tanto in tanto, scatta un arresto eccellente, s’ingegna qualche trovata per gettare un po’ di fumo negli occhi cavernosi di morti che camminano.
Fabio Amiranda

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