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Putin è cambiato o è l’Europa che è stata miope?

I diplomatici europei non hanno previsto l’ aggressione miltare  perché Putin ha  improvvisamente cambiato politica o perché la loro analisi su Putin, il suo regime interno e le sue ambizioni internazionali erano sbagliate? Di Marco Mayer

di Marco Mayer | 22 Ottobre 2022

Vladimir Putin ha cambiato la sua visione politica negli ultimi tempi o la sua leadership della Federazione Russa é caratterizzata da una sostanziale continuità?  

Rispondere a questa domanda é di cruciale importanza per analizzare in profondità le ragioni dell’invasione militare e trovare le risposte più adeguate.

In seguito all’invasione dell’Ucraina il sottosegretario alla Difesa del governo Draghi Giorgio Mulé  (deputato di FI ed ex direttore di Panorama)  il 25 febbraio scorso ha dichiarato  a RAI 1: 

“Ho sentito ieri sera Silvio Berlusconi, è preoccupatissimo ed è quasi terrorizzato da quel che sa accadendo, non è che fa fatica,  ma proprio non riconosce in Vladimir Putin la persona che aveva conosciuto”.

Su questa valutazione a caldo di Berlusconi si può discutere perché su Putin ha cambiato idea più di una volta, ma é  fuor  di dubbio che un identico  “stupore” per il  “cambiamento” di Putin abbia coinvolto altri leader politici europei. 

Qualora  si fossero immaginati  la sanguinosa aggressione all’Ucraina alcuni ex premier europei  non  avrebbero accettato a cuor leggero incarichi (per quanto ben pagati) in aziende russe di primo piano per poi doversi dimettersi  il 24 febbraio 2022  o nei giorni immediatamente successivi. 

L’ex primo ministro francese François Fillon era stato nominato dal governo nel board dell’azienda petrolifera Zaroubejneft, i due ex premier austriaci Christian Kerne e  Wolfgang Schuessel,  il primo nel cda delle Ferrovie russe  (RZD) e l’altro  nel cda del gigante petrolifero Lukoilp, Matteo Renzi nel board di Delimobil,  Esko Aho,  nella maggiore banca della Federazione Russa Sberbank. 

A queste personalità si deve aggiungere l’ex Cancelliere tedesco Gerald Schroeder che tuttavia costituisce un caso a sé stante  anche perché non ha mai preso veramente le distanze da Putin sull’ Ucraina. https://www.washingtonpost.com/world/2022/05/20/gerhard-schroeder-pressure-rosneft-russia-putin/ . 

Per inciso augli stretti rapporti di Schroeder con la Russia si é aperta nel Parlamento Europeo una discussione politica molto  importante https://www.euractiv.com/section/politics/news/eu-parliament-threatens-schroder-with-sanctions-for-ties-with-russia/che per ragioni di spazio non posso approfondire in questa sede. 

La decisione di Putin di invadere l’Ucraina non é stata una brutta sorpresa solo per gli ex capi di governo che ho appena citato, ma anche per le cancellerie europee.  

I diplomatici europei non hanno previsto l’ aggressione miltare  perché Putin ha  improvvisamente cambiato politica o perché la loro analisi su Putin, il suo regime interno e le sue ambizioni internazionali erano sbagliate?

La mia ipotesi – tutta da verificare –  è  che l’ errore sia da attribuirsi all’incomprensione della sua personalità politica  e della sua  visione strategica e non tanto  ad un suo cambiamento repentino.

Berlusconi forse non lo riconosce più, ma Putin per diversi aspetti è  sempre lo stesso. Posso ovviamente sbagliarmi, ma mi sembra di intravedere  notevoli aspetti di continuita’ nell’ intreccio delle sue scelte energetiche, miltari,  “ideologiche” e di comunicazione mediatica.

Su Formiche https://formiche.net/2022/10/lo-spirito-di-pratica-di-mare-sepolto-dalle-bombe-di-putin-scrive-stefanini/  l’ Ambasciatore Stefano Stefanini ha ricostruito con puntualità alcune  vicende degli ultimi anni ed in particolare l’incontro di Pratica di Mare e le sue promesse mancate.

Quell’incontro non rappresenta inizio di una nuova fase di disgelo.  Esso viceversa costituisce  l’epilogo di un tentativo generoso  iniziato alla meta’ degli anni novanta,  ma non riuscito, come ha ampiamente dimostrato anche  il format G8. 

Proprio ripensando al fatto che  Pratica di Mare fu un punto di arrivo e non un punto di partenza e a cosa poco dopo è  avvenuto –  dalla Georgia in poi – sbaglia chi pensa che Putin sia cambiato e  non sia più quello di prima.

Domando ai diplomatici e agli analisti:  

venti anni fa a Grozny  era poi così diverso da Mariupol oggi ? Dieci o cinque anni o tre anni fa ad Aleppo? 

Ne’ mi pare che i porti di Latakia o di Sebastopoli abbiano subito particolari minacce. Alcuni  elementi per capire c’ erano da tempo  e allora come si spiega la miopia?  

Ricordo bene – perché ero a Mitrovica per le Nazioni Unite quando che nello stesso anno di Pratica di Mare – nel silenzio dei media mainstream – Vladimir Putin decise di ritirare il suo numeroso contingente militare dal Kosovo non solo  per rafforzare la  presenza Russa  in Cecenia, ma anche per segnare il distacco da una partnership con la NATO in cui non credeva più. 

Non era anche questo un indizio da non trascurare? 

La difficoltà di prevedere i comportamenti di Putin si spiega con una molteplicità di fattori. Uno di questi è certamente la compartimentazione settoriale che ancora affligge le  diplomazie e i servizi di intelligence dei paesi della UE  a cui si aggiunge  la cronica  riluttanza a scambiarsi informazione tra Stati membri. 

Se chi avvalla decisioni strategiche sul gas non tiene conto di cosa combina la Russia in Siria, Libia o Mali (e  viceversa) i bias cognitivi diventano inevitabili. Quando  chi si occupa di intelligence miltare e di   disinformazione non si connette alle strutture istituzionali che sorvegliano i flussi energetici e/o finanziari si arriva al paradosso. 

Come se niente fosse sino al maggio  scorso le azioni di Gazprom (il più potente strumento di guerra di cui Putin dispone)  si scambiavano tranquillamente nelle borse di Londra, Berlino, Francoforte, Singapore, ecc.  E  – al dei delisting – un consistente mercato “grigio” continua a funzionare.

Le gerarchie, le rivalità e le dinamiche di potere ostacolano da sempre la convergenza e l’ integrazione  tra  report diplomatici, valutazioni finanziarie, analisi miltari, spunti investigavi promosdi dalla polizia di prevenzione.

Tuttavia –  soprattutto nelle società digitali in cui stiamo vivendo – le interconnessioni (ancor più delle stesse informazioni)  costituiscono  gli snodi analitici che contano davvero. Senza cogliere le interconnessioni è  ompossibile una visione di insieme (e pertanto accurata)  dei processi di medio e lungo termine.

In questi venti anni, ma soprattutto negli ultimi dieci in Italia, in Germania e in altri paesi europei è  aumentata la dipendenza dal gas russo.

Con il senso di colpa tipico di chi è  arrivato troppo tardi  – si dice oggi  che è mancata una lungimirante e  virtuosa strategia  di diversificazione delle forniture energetiche.

In questo caso tuttavia non ci sono scusanti.  Mi viene  in mente che  l’  imperativo  di diversificare fosse già segnalato nel 2014 sul sito del DIS da un articolo di  Umberto Saccone e che l’ esigenza era  bem nota agli addetti ai lavori  anche negli anni  precedenti. 

In Italia si parla spesso di vincolo esterno in riferimento a Bruxelles, ma nessuno ha mai  parlato del vincolo esterno che con le nostre scelte energetiche ci siamo creati da soli e ci ha condizionato per anni dalla Russia. 

La ragnatela degli interessi diretti e indiretti di  Gazprom, le vacanze lussuose degli oligarchi russi nelle  più esclusive località del nostro paese,  lo shopping di alta gamma,  l’ acquisto di asset societari, castelli e aziende vinicole hanno favorito floride attività economiche, ma anche nuove  forme di clientelismo e la  conseguente  “corruzione di costumi”. 

Un altro fattore di cui tener conto è  a cui accenno soltanto  in questa sede e’ la  presenza in Russia di Unicredit, Banca Intesa, ENEL, ecc. Sin qui la dimensione degli interessi.  

Tuttavia e’  importantissimo – come scriveva Giovanni Sartori- anche il potere delle idee.  Sto  riferendomi alla dimensione della narrativa un campo su cui  Vladimir Putin sa agire con grande efficacia e dove ha  dimostrato una assoluta  continuità nei suoi  venti anni di “regno”.

In queste settimane sto studiando  le tante iniziative culturali ptomosee dal Valdai Club ( il think thank prediletto da  Vladimir Putin)  e mi sono accorto che è come se il tempo si fosse fermato  a venti anni fa.

Per Putin il  grande merito della guerra contro l’ Ucraina sarebbe, infatti, quello di aver finalmente bloccato  l’ unipolarismo americano. 

Peccato che il momento unipolare (di cui ha parlato Krauthamner  nel lontano 1990)   https://www.washingtonpost.com/people/charles-krauthammer/   sia ormai passato da un pezzo.

Gorbachov negli ultimi anni dell’ URSS e di fronte alle incognite della riunificazione della Germania non aveva torto a temere una  egemonia americana planetaria 

Ma la stagione unipolare è  stata molto breve e oggi  l’ unipolarismo americano non esiste più da almeno 20 anni. Viviamo in un mondo tendenzialmente bipolare (USA e Cina), in un palcoscenico internazionale  in cui emergono sulla scena nuovi attori come l’ India, il Brasile, la Turchia o l’ Indonesia.  

Eppure moltissime persone – iper pacifisti in primis –  credono ancora alla narrativa di Vladimir Putin sull’America che domina il mondo.

Occorre muoversi in fretta per raccontare come stanno veramente le cose.  prima che  troppo cittadini  europei  siano “depistati”. 

In nome della lotta ad un unipolarismo americano che esiste solo nella mente di Putin  rischiamo di abbandonare a se stesso il popolo ucraino.

E il popolo ucraino   –  non dimentichiamocelo mai – combatte  legittimamente non solo  in nome  dell’ “amor di patria”,  di cui ha parlato Papa  Francesco nel suo recente viaggio in  Kazakistan, ma anche per la nostra libertà, per la libertà dei nostri figli e dei nostri nipoti. 

Marco Mayer

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, azienda, berlusconi, brasile, bruxelles, cancelliere tedesco, cina, dichiarato, draghi, epilogo, europa, francoforte, germania, governo, importanza, india, informazione, integrazione, italia, kosovo, leadership, libia, mare, matteo renzi, mercato

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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