
Tutti sappiamo quanto sia eterogeneo il popolo della rete. Esiste una piccola élite di persone che, pur con idee spesso confuse su temi attuali e delicati, sotto la pressione costante di un’informazione tendenziosa che appanna la capacità di sintesi, prova comunque a usare il proprio senso critico, mantenendo educazione e rispetto. È una minoranza, ma è quella che tiene ancora in piedi un minimo di confronto civile.
Poi c’è il resto. Orde di dealfabetizzati funzionali e di ritorno che popolano i social non per capire, ma per sfogarsi. Gente che non cerca un confronto ma uno sfogo, che non legge ma reagisce, che non argomenta ma etichetta. Il risultato è una ignoranza alimentata e sostenuta, che diventa identità: ci si schiera per partito preso, si aderisce a un’idea come a una tifoseria, si rinuncia del tutto alla capacità di distinguere tra fatti, opinioni e propaganda.
I miei post su Facebook, di solito, hanno un numero limitato di interventi. Non sono qui per cercare consenso, non mi interessa costruire platee o raccogliere applausi. Scrivo per esprimere idee, e questo implica anche selezione. In genere, chi non è in grado di mantenere un minimo di decoro viene liquidato subito: lista nera e cancellazione immediata del post. Come dico spesso, a casa mia ti devi pulire le scarpe prima di entrare e parlare.
Ieri ho scritto un articolo su Israele, sulla guerra asimmetrica alla quale è storicamente sottoposta, sulla teoria del genocidio e quanto altro. Ho fatto un solo errore: renderlo pubblico. Verso mezzanotte un amico mi ha avvisato che il post era stato sommerso da insulti farneticanti. I mittenti erano sempre la stessa tipologia: grillini, sinistra in genere, da quella moderata a quella estrema, e i soliti dealfabetizzati funzionali, quelli che scambiano un post per un assalto a Forte Apache.
Ho iniziato quindi con pazienza a ripulire il post, cancellando gli insulti uno ad uno. Poi ho capito che stavo perdendo tempo. Ho cancellato tutto il post, l’ ho riscritto da zero limitando però l’accesso agli amici. Più semplice, più pulito, più coerente con il senso di ciò che voglio fare e il mio modo di esprimermi.
Alla fine è stata un’esperienza utile. Non ero abituato a questo livello infimo, ma è servita a rimettere a fuoco una cosa semplice: non tutto deve essere pubblico, e non tutto merita risposta. A volte basta chiudere la porta e pensare per conto proprio.
“Uomo avvisato, mezzo salvato”
Piero Terracina

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