
Due firme prestigiose ne caratterizzano l’impronta: quella del regista Marco Gandini (collaboratore storico di Franco Zeffirelli, ha firmato spettacoli per i più importanti teatri italiani ed esteri; è attualmente docente di drammaturgia all’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici del Teatro alla Scala di Milano) e dello scenografo Italo Grassi (tra i suoi ultimi impegni la Betulia Liberata di Mozart diretta da Riccardo Muti, andata in scena nel 2010 al Festival di Salisburgo e al Ravenna Festival per la regia di Marco Gandini). I costumi sono di Anna Biagiotti.
La direzione musicale dell’opera è affidata ad Elio Boncompagni, direttore d’orchestra di grande esperienza, sul podio dell’Orchestra della Toscana; il Coro della Toscana è diretto Marco Bargagna, mentre Sara Matteucci guida il Coro delle Voci bianche della Cappella Santa Cecilia di Lucca.
Il cast di Bohème, opera per antonomasia legata alla giovinezza, è composto da giovani e talentuosi artisti selezionati in lunghe sedute di audizione tra oltre centottanta candidati giunti a Lucca per realizzare il sogno di cantare Puccini nella città che gli ha dato i natali: Mimì Jessica Nuccio e Aurora Tirotta; Musetta Mariangela Sicilia – Ewa Majcherczyk; Rodolfo Marcelo Puente – Marco Frusoni; Marcello Sergio Vitale – Andrea Porta; Schaunard Gabriele Nani – Alessio Arduini; Colline Nicolai Karnolsky. Completano la compagnia Antonio Pannunzio come Parpignol e Benoit, Alessandro Calamai nel ruolo di Alcindoro e Antonio Della Santa, Sergente dei Doganieri.
Incontriamo il regista, Marco Gandini per conoscere da lui come sarà questa “sua” Boheme, in un allestimento ‘fine Ottocento’ interamente costruito nei Laboratori del Teatro del Giglio, nato dall’esigenza di rispettare e tradurre in maniera assolutamente fedele la drammaturgia con cui Giacomo Puccini ha voluto informare l’opera.
1. cosa ha inteso raccontare, ovviamente all’interno del libretto dell’opera, con questa “sua” Boheme?
Particolarmente la vicenda di Mimì, il “carico” drammaturgico contenuto nelle strutture musicali che la descrivono. Essa è il correlativo della tematica del ricordo, della vita e della morte, e l’indicatore di come questi aspetti si riflettano anche sugli altri personaggi.
2. come si pone di fronte ad un’opera lirica in veste di regista? semplice esecutore di ciň che č scritto o creativo interprete dei possibili contenuti?
Il regista è colui il quale “indica la direzione”, dal latino, e così chiaro nella dicitura inglese “director”. Pongo in primo piano l’analisi dettagliata del testo nelle strutture del dramma-parola e in quelle musicali al fine di ottenere una comprensione dei significati del testo quanto più chiara ed evidente, quasi in termini cartesiani. In seguito il regista deve organizzare gli elementi espressivi, quindi la scena, i costumi, la luce, la forma della recitazione dei cantanti e l’espressione del canto nella direzione di quei contenuti affinché la comprensione di questi giunga in modo efficace allo spettatore. L’aspetto dell’interpretazione è la proporzione secondo cui questi elementi vengono composti, riguarda il modo di evidenziare i contenuti sottesi, alcuni dei quali sono colti attraverso l’analisi, altri, i più reconditi, per intuizione.
3. regista-scenografo: due “creativi” che possono leggere l’opera in modo non sempre univoco: come si raggiunge la mediazione?
Come ho detto sopra è il regista che dovrebbe coordinare la direzione anche dello spazio scenico, che essendo uno degli elementi formali principali per la comunicazione dei contenuti del testo, necessità di una cura particolare. Fra scenografo e regista non c’è mai dissenso se la scenografia viene intesa come spazio significativo dell’azione ed elemento chiarificatore di essa.. Per fare un esempio, la solitudine di Violetta è meglio rappresenta da una stanza arredata a modo ottocentesco senza persona alcuna, da una stanza vuota senza arredo, o dal collocare Violetta in uno spazio neutro nel mezzo di una folla che la ignora? In inglese si parla di “creative team”, ci deve quindi essere la collaborazione di squadra fra tutti. Non sono d’accordo sulla figura unica di regista-scenografo-costumista (e in alcuni casi anche di lighting designer), perché per ogni ruolo assorbito se ne perde anche la parte creativa, lo psettacolo è giocoforza più debole
4. regista-cantanti: non sempre un rapporto facile; com’è stato il suo con questo cast e più in generale come si rapporta con loro fin dall’inizio di una nuova produzione
Sono docente principale all’Accademia di Perfezionamento di Canto del Teatro alla Scala e di una prestigiosissima Università Musicale di Tokyo. Ho continua esperienza con cantanti giovani o debuttanti. Nei giovani c’è una “purezza” di espressione e un palpito che appartiene alla giovinezza, per questo proprio Boheme con un cast di giovani non può che essere speciale. Ritengo che il cantante lirico sia il livello più evoluto di artista per la possibilità di veicolare le emozioni, per il teatro, attraverso due modi di comunicazione potentissimi, la musica associata alla parola. Il mezzo è la voce, e come ben sappiamo la voce umana è lo strumento principale e ineguagliabile per l’espressione. Un cantante-artista ha sempre avuto la mia totale ammirazione e il rapporto con esso è di osmosi e reciproco stimolo alla costruzione del personaggio. E’ anche gioia.
5. quel’č l’opera di cui ancora non ha fatto regia e che le piacerebbe fare? perchè?
Questa è una domanda la cui risposta non avrà mai fine. C’è sempre più di un’opera che si desidera fare e appena la si è fatta ne giunge subito un’altra a stimolare il desiderio. Di Puccini ho messo in scena Gianni Schicchi, Tabarro, Tosca, e questa a Lucca è la mia seconda Boheme come regista – vorrei fare Guglielmo Tell, oppure un’opera bellissima e meno celebre di Rossini “serio” quale Ermione, ma ho, come tanti registi e direttori d’orchestra, il sogno di Butterfly.
6. e quale il compositore verso il quale sente maggiore “attrazione” nella sua veste di regista?
Questa è veramente una domanda difficile se non impossibile a rispondere. Come fare a meno di Verdi, Donizetti, Bellini, Rossini, Puccini, e Mascagni, ma anche Tchaikovsky, Bartok, Strauss, Wagner, o anche Massenet? Da ragazzo andavo a vedere alla Biennale Musica di Venezia il Prometeo di Luigi Nono, e la mia prima opera come spettatore è stata il Sogno di Scipione di Mozart nel magnifico Teatro Olimpico di Palladio nella mia città di nascita…ecco oltre Butterfly un’altro sogno, Idomeneo di Mozart e Orfeo di Monteverdi da dove tutto prende vita e a cui tutto pare eternamente collegato.

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