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Province, ci risiamo! Eccoci al pentimento

Adesso, si legge, ci stanno ripensando. Intanto altri enti ed altre organizzazioni, presi e prese dal furor aggregandi antiprovinciale, si son messi e messe a studiare forme super provinciali e quasi regionali: industria, commercio, cooperazione, artigianato, volontariato, chiericato, e via di …ato vario e variegato. E così con un ritardo di parecchi anni questi sulla tabella di marcia di un mezzo fallimento questi enti e queste organizzazioni stanno cercando una forma super provinciale quando la politica sta tornando quasi quasi alla provincia che aveva cancellato. Viva la moda, viva il cambiamento.

di Fabrizio Binacchi | 20 Gennaio 2023
I presidenti delle Province col ministro Roberto Calderoli (fonte Unione delle Province Italiane)

Dopo il delirio (ho scritto de-li-rio, non altro) abrogazionista, alla moda dello slogan “via le province sciupone!”, via tutti quei posti che venivano raccontati come occupati dagli scappati di casa, via le competenze, via le strafottenze, e via via ci siamo ritrovati in mezzo a una strada. A conti fatti si è creato un vulnus amministrativo giurisdizionale incalcolabile. Qui una provincia, là una città metropolitana che corrisponde alla vecchia provincia, qui una provincia autonoma, là un provincetta, con pancetta. Delirio totale, e ho scritto de-li-rio, non altro. Oh provincia! provincia!,  per quanto bistrattata ella sia, rimane pur sempre una storica signoria. E pure un po’ una grande zia. A chi diamo la colpa? Alla provincia. Come a una vecchia zia, con lo scocognino, che non poteva dire niente, per le tante che ne aveva viste. Provincia, ci risiamo!

Adesso, si legge, ci stanno ripensando. Intanto altri enti ed altre organizzazioni, presi e prese dal furor aggregandi antiprovinciale, si son messi e messe a studiare forme super provinciali e quasi regionali: industria, commercio, cooperazione, artigianato, volontariato, chiericato, e via di …ato vario e variegato. E così con un ritardo di parecchi anni questi sulla tabella di marcia di un mezzo fallimento questi enti e queste organizzazioni stanno cercando una forma super provinciale quando la politica sta tornando quasi quasi alla provincia che aveva cancellato. Viva la moda, viva il cambiamento. Il cambiamento non va solo predicato diceva il mio prete quando ero piccolo, ma va fatto.

Siamo al ritorno del valore della provincia. Bene, bravi, bis. Io non ho mai sentito nessuno del popolo dire: vado a fare una cosa in Città Metropolitana. A parte che uno normale pensa subito alla Metropolitana. E poi come fai a chiamare metropolitana una città che non è città ma che è più che altro o campagna, pianura o montagna che sia. Ragazzi ci vuole un bel coraggio chiamare città metropolitana un posto dove c’è una città di trecento o quattrocento mila abitanti, cioè un quartiere di un a vera metropoli, e il resto 30 paeselli tra valli e monticelli. Anche le parole usate nella intitolazione di una presunta istituzione dovrebbero maggiore dedizione. Siamo cresciuti con il sistema di province, comuni e regioni, mica da ieri. Comuni centenari, alcuni millenari, province più che che centenarie, regioni a cavallo del mezzo secolo. Spesso ci chiudiamo nei limiti geografici e amministrativi che diventano mentali. La prima area vasta è nella nostra testa. Ci facciamo confini che sono solo burocratici e cervellotici. Ci inventiamo enti e istituzioni che alla fine sono solo sovrapposizioni od evaporazioni. Il territorio non si inganna, si governa. Ci si può adattare, si può mitigare, si può interpretare ma un abitante di Schivenoglia si sente un mantovano non un “membro” generico di una fantomatica Area Vasta Po 2, diciamo per puro caso ed esempio. Siete mai stati a San Giovanni del Dosso? Andateci!

Quatrelle di Felonica è confine e Pontelagoscuro è confine; eppure, lì non c’è solo un confine ma c’è un ponte di cultura, di riti, di costumi, di vita. I confini non possono essere imposti alla gente, la gente vive e vivrà i ponti oltre i confini. Sono i ponti dei Santi Patroni e del risotto, delle scuole e delle chiese, delle cooperative e delle latterie, dei pescatori e degli agricoltori. Possono, possiamo inventarci le forme più diverse sulla carta che parlano spesso solo il linguaggio burocratico ma il territorio parla da solo. Ed è il linguaggio della gente che vive la quotidianità: il mercato di Castiglione dove vengono anche i bresciani di Castenedolo, il rito di Suzzara che richiama anche gli abitanti reggiani di Luzzara e Guastalla.

Confini come ponti, senza fare niente. L’importante è non inventarsi altri supposti confini. Altre aree vaste o devastate. Nel dibattito pubblico si torna a parlare di ritorno alle province come una volta. Ci sarà un perché. Siamo stati abituati a pensare su schemi territoriali, anche in base a quello che abbiamo studiato in geografia. Ma molto dobbiamo anche alla burocrazia.  Decenni di sistema comuni- province-regioni ci hanno fornito una griglia di confini che ci ha aiutato (o bloccato, a seconda) nel muoverci. Quella griglia ci ha condizionato nello spostarci, nel cercare di essere liberi o vincolati. Cancellate le province (sulla carta) apriti cielo,  tutti in crisi. Anche nelle vacanze spesso a nostra insaputa rispettavamo dei confini. Se andavamo al mare alle Cinque Terre, e magari facevamo una escursione, cercavamo o cerchiamo tuttora di rimanere in Liguria anche se il litorale toscano era a pochi chilometri. Chi andava o va a villeggiare a Rimini Riccione e Cattolica è portato a fare viaggi ed escursioni anche nell’entroterra ma raramente si spinge oltre il confine marchigiano verso le colline di Pesaro Urbino.  Una specie di blocco geografico mentale condiviso., e di rispetto di confine autoimposto.

Siamo fatti così, siamo fatti a schemi e abbiamo bisogno di confini. In questo caso -psicologia della percezione aiuta- il confine non è vissuto come limite come ostacolo come barriera ma come sicurezza, come adesso sto bene in questa tana, sia essa un campeggio, un paese, un resort, una nave o una intera zona geografica (Chianti!) ma configurata, battezzata, riconosciuta. Turismo e vacanza sono anche adeguamento continuo ad una armonia territoriale. Ci siamo chiesti mille volte come mai stiamo meglio in un posto rispetto ad un altro anche in vacanza. Bastano un panorama, un castello, un piatto, una via, una insegna, un colore, addirittura un ricordo di essi per farci sentire nei confini naturali nella nostra vacanza. 

Ma sapete qual è il bello dei confini? Trasformarli in ponti. Il bello di avventurarsi nella terra delle rocche emiliane e proseguire senza confini verso quelle della Garfagnana e della Lucchesia. E ancora, sempre per parlare di superati confini provinciali, farsi trasportare dai borghi che dal Casentino, Arezzo, ci portano oltre la Valdarno e verso la val d’Orcia, Siena.

E’ bello sentirsi riparati e protetti dai confini turistici imparati dai libri delle medie, ma è anche salutare scavalcare quei confini e vedere oltre, scalare un orizzonte che la guida turistica non indica ma che il nostro cervello già immagina e vuol vedere.

Fabrizio Binacchi

Pubblicato in : Blog, CornerBlog, Editoriale, SituazioneTag: anni, arezzo, calderoli, cinque terre, conti, crisi, fallimento, mare, mercato, organizzazioni, percezione, rimini, roberto calderoli, siena, slogan, tabella di marcia

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giovanni

    21 Gennaio 2023 alle 14:50

    Si scrive Delirio ma si pronuncia Del(i)rio. Che poi è la stessa cosa! Con una buona dose di malafede aggiunta. Le Regioni poi sono un obbrobrio. Ma il discorso sarebbe più lungo allora meglio lasciar perdere

    Rispondi
  2. Dr Anvilon

    20 Gennaio 2023 alle 20:27

    “””è … salutare scavalcare quei confini e vedere oltre, … che il nostro cervello già immagina e vuol vedere.”””
    Solo chi ha scavalcato, per motivi non turistici, prima gli italici confini burocratici costituiti dalle riserve di azione amministrativa attribuita ai Comuni, alle Province e, purtroppo, alle Regioni anche quella politica concorrente (talvolta più deleteria di quella già caotica dello Stato) può comprendere quanto “è … salutare scavalcare”. Se si aggiunge un po’ di esperienza estera (europea) è ancora più facile comprendere l’errore costituzionale circa l’invenzione delle Regioni-Stato partendo dalla loro pregressa espressione geografica e relativa secolare storicità.

    Rispondi

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