“Mandare avanti un progetto, come indica la derivazione della parola, significa estrarre da sé un’idea in modo tale che acquisti una propria autonomia e sia realizzata non soltanto dagli sforzi di chi l’ha originata ma anche da quelli indipendenti dal proprio Io.”
Se gli obiettivi assegnati sono impegnativi e/o critici a sufficienza per garantire il successo del progetto è necessario disporre non solo di risorse umane adeguate in qualità e quantità, ma anche tecniche e finanziarie.
Tra conservazione e innovazione c’è un’identità che affonda nelle nostre radici, di cui siamo e dobbiamo essere orgogliosi, punto fondamentale di riferimento che ci indica la strada del futuro per i nostri figli onorando il passato per i nostri progenitori e vivendo il nostro presente. La creatività della gente italica non è uno stereotipo, ma il frutto di un’attenzione e interazione con il nostro patrimonio culturale, un rapporto millenario e inestricabile, un connubio tra natura e arte.
Occorre dunque buttare alle ortiche il senso di insoddisfazione e il deprimente e masochistico atteggiamento che serpeggia nel nostro paese ormai da tempo. Personaggi di livello, che di arte se ne intendono, considerano l’Italia il paese più bello del mondo in assoluto. E per questo bisogna ritrovare l’orgoglio, senza vantarsi a sproposito ma senza autoflagellarsi con sensi di colpa. E’ realmente la culla della civiltà e la creatività va difesa insieme ai beni culturali, come asset strategico del paese. Perché questi, insieme alla natura, ancorché bistrattata e tartassata dall’uomo e da eventi atmosferici non del tutto prevedibili con questa intensità, sono la nostra vera ricchezza.
Il nostro core business, ci dicono i sociologi, non è l’innovazione. E’ velleitario pensare di competere nello scenario della globalizzazione con Cina e India su questo piano come fanno Usa e Germania, ma è stupido altresì non rendersi conto che questi paesi non hanno le nostre capacità creative e dunque le nostre possibilità. Hanno sì, altre capacità magari tecnologiche, e forse maggiori capacità progettuali. Sono queste le uniche competenze che abbiamo da prendere in prestito. Dall’est e dall’ovest vengono da noi a osservare ammirare e fotografare. Il nostro compito è quello di mantenere e valorizzare il nostro patrimonio rendendolo fruibile a noi e agli altri e progettare eventi e cose che con il minimo costo potrebbero offrire enorme beneficio. Anche economico. Ma evidentemente non ci riusciamo, altrimenti saremmo megaricchi. Stato enti locali e cittadini dovrebbero stringersi in catena e difendere con tutte le forze le nostre ricchezze senza farsele scippare, e cederle a caro prezzo. Italia patrimonio dell’umanità? Certo, ma non possiamo a ogni piè sospinto farci bacchettare sulle mani da chi, forse per invidia e, questo pensiero mi attanaglia, non possiede le nostre risorse umane. Da chi ci vuole affossare a tutti i costi.
E lo stato, il nostro, deve fare il proprio dovere perché i cittadini possano attivare progetti e portarli a termine, con coraggio. Restituire fiducia con una sorta di defiscalizzazione, di sburocratizzazione necessarie per dare respiro a una reale ripresa. Compito della politica è progettare un Paese felice, come recita, esempio da seguire, la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti di oltre due secoli fa secondo cui è giusto il desiderio di felicità.
Compito dello Stato è armonizzare le singole volontà, rimuovere ostacoli e non crearli e garantire un quadro normativo di riferimento certo e forte. Deve lasciare fare, e lasciare fare bene i singoli, non sostituirsi a loro. Deve liberare energie private, unica vera risorsa creativa e non dispotica, intervenendo solo in extrema ratio, secondo il principio di sussidiarietà qualora il privato non fosse in grado di agire da sé.
Carla Ceretelli

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