
C’è un errore che la politica commette spesso: discutere delle misure senza chiedersi come verranno vissute da chi le subisce o ne beneficia. Prendiamo il bollo automobilistico. Dal 2027 alcune automobili meno potenti potrebbero non pagarlo più. Si può discutere della misura, del suo costo per i bilanci regionali, delle priorità del governo, degli effetti sulla mobilità e persino del momento in cui viene annunciata, con le elezioni che si avvicinano. Tutto legittimo. Ma quando Angelo Bonelli liquida il provvedimento come una norma da “Cetto La Qualunque”, il problema è un altro. È che, in quella battuta, rischia di sparire la persona a cui quei soldi servono. Perché mentre la politica discute di propaganda, c’è qualcuno che pensa alla propria Panda. Una Panda vecchia, magari di quindici anni. Comprata usata. Tenuta finché si può. L’automobile di chi ogni mattina va al lavoro, accompagna i figli, fa la spesa e arriva a fine mese facendo attenzione a ogni euro. Non è una scelta ideologica. È l’automobile che quella persona può permettersi. E allora forse la prima domanda da fare non è perché continui a guidare una macchina vecchia. È perché, nel 2026, quella persona non abbia ancora la possibilità economica di comprarne una più efficiente. Qui la transizione ecologica incontra la vita reale. Perché dire che bisogna cambiare le automobili più vecchie è una cosa. Pretendere che chi ha un reddito basso possa sostituirle senza difficoltà è un’altra. Una famiglia che arriva serenamente a fine mese può considerare qualche migliaio di euro per cambiare automobile una spesa importante, ma affrontabile. Per chi vive con mille euro al mese, o poco più, può essere semplicemente impossibile. E allora bisogna stare attenti a non trasformare la necessità di cambiare il modello di mobilità in una colpa individuale. Non è colpa di chi guida una vecchia Panda se non può permettersi un’auto nuova. È una questione politica. Significa costruire trasporti pubblici che consentano davvero a chiunque di lasciare l’auto a casa. Significa incentivi accessibili anche a chi non ha risparmi da parte. Significa automobili nuove a prezzi compatibili con i redditi reali. Significa una politica industriale che accompagni la transizione invece di lasciare che il conto arrivi direttamente alle famiglie. Perché duecento euro non sono uguali per tutti. Per qualcuno sono una cifra che si dimentica in fretta. Per qualcun altro sono una bolletta, la spesa della settimana, tre pieni di carburante o una rata. Questo non significa applaudire il governo Meloni. E non significa neppure che ogni misura che lascia qualche euro in più nelle tasche dei cittadini sia automaticamente una buona misura. Significa una cosa molto più semplice: prendere sul serio il bilancio familiare di chi ha meno. È qui che una parte della sinistra dovrebbe forse interrogarsi. Non basta denunciare il populismo della destra ogni volta che una misura incontra un bisogno concreto. E non basta spiegare ai cittadini che una certa scelta è ambientalmente o economicamente necessaria. Bisogna anche dire loro come potranno permettersela. Perché se la transizione ecologica viene raccontata soltanto attraverso divieti, costi e sacrifici, rischia di diventare una politica percepita come lontana proprio da chi avrebbe più bisogno di essere accompagnato. Il punto, allora, non è difendere la Panda per sempre. È difendere chi oggi ha bisogno di guidarla. E costruire le condizioni perché domani quella stessa persona possa scegliere un’automobile più efficiente, più sicura e meno inquinante senza dover scegliere tra la transizione ecologica e la spesa di casa. La politica dovrebbe partire da qui: non dalla macchina che c’è, ma dalla vita della persona che la guida. Perché dentro una vecchia Panda non c’è necessariamente il passato da rottamare. C’è, molto spesso, qualcuno che sta semplicemente cercando di arrivare alla fine del mese.
Angelo Santoro

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