
di Claudia Schettini*
La competizione tecnologica globale non si gioca più soltanto sul controllo delle tecnologie più avanzate, ma anche sulla capacità di determinarne le architetture, gli standard e le condizioni di accesso. In un’economia digitale sempre più caratterizzata dalla concentrazione del potere nelle mani di pochi attori privati e statali, il tema della sovranità tecnologica è diventato una delle principali dimensioni della competizione geopolitica contemporanea. La questione non riguarda esclusivamente chi sviluppa i semiconduttori più potenti o chi possiede i modelli di intelligenza artificiale (IA) più avanzati, ma anche chi controlla gli ecosistemi attraverso cui queste tecnologie vengono progettate, distribuite e integrate.
È in questo contesto che l’Unione europea ha scelto di investire su un paradigma alternativo: l’open source. Con il nuovo Pacchetto sulla sovranità tecnologica europea presentato il 3 giugno 2026, Bruxelles ha collocato l’open source al centro della propria strategia industriale e digitale, riconoscendolo non più soltanto come un modello di sviluppo software, ma come una componente infrastrutturale della propria autonomia strategica. Infatti, la EU Open Source Strategy mira a ridurre le dipendenze tecnologiche esterne lungo l’intera catena del valore digitale, promuovendo ecosistemi interoperabili, riutilizzabili e meno vincolati a fornitori proprietari.
La scelta europea nasce da una condizione strutturale precisa. A differenza degli Stati Uniti, dove il potere digitale è concentrato attorno a grandi piattaforme private come i principali hyperscaler cloud e produttori di infrastrutture software, e della Cina, dove lo sviluppo tecnologico è sostenuto da una forte pianificazione statale e da una crescente spinta all’autosufficienza, l’Europa non dispone di campioni digitali comparabili. Il suo modello di sovranità tecnologica non può quindi basarsi sulla sostituzione immediata delle dipendenze con equivalenti europei proprietari. La risposta comunitaria consiste piuttosto nel tentativo di trasformare l’apertura, l’interoperabilità e la cooperazione in un vantaggio competitivo.
L’open source diventa così uno strumento geopolitico.
Dall’apertura del codice alla sovranità tecnologica
Per comprendere la portata della strategia dell’UE è necessario superare una concezione riduttiva dell’open source come semplice alternativa gratuita al software proprietario. Infatti, gran parte dei sistemi digitali utilizzati quotidianamente – dai server alle piattaforme cloud, dai sistemi operativi agli strumenti di sviluppo per l’IA – dipende da componenti open source. La quasi totalità delle applicazioni moderne integra elementi di questo tipo, rendendo questi ecosistemi una vera e propria infrastruttura collettiva dell’economia digitale. Tuttavia, proprio questa centralità evidenzia una contraddizione geopolitica: se il codice è aperto, il controllo dell’ecosistema non necessariamente lo è. La capacità di finanziare lo sviluppo, mantenere i progetti, attrarre comunità di sviluppatori e definire gli standard rimane concentrata soprattutto presso grandi aziende tecnologiche globali.
È questa la ragione per cui Bruxelles interpreta l’open source come una questione di sovranità. L’obiettivo non è semplicemente aumentare l’utilizzo di software aperto, ma costruire capacità europee lungo tutta la filiera: sviluppo, manutenzione, sicurezza, governance e commercializzazione. La nuova strategia europea identifica quattro priorità principali: rafforzare l’open source come strumento di sovranità tecnologica, sostenere un ecosistema europeo competitivo, aumentarne l’utilizzo nelle amministrazioni pubbliche e promuovere standard aperti a livello internazionale.
In questa prospettiva il settore pubblico assume un ruolo centrale. Le amministrazioni europee rappresentano infatti uno dei principali acquirenti di tecnologie digitali e possono orientare il mercato attraverso le proprie scelte di procurement. L’idea alla base della strategia è che gli investimenti pubblici nella trasformazione digitale debbano generare capacità tecnologiche riutilizzabili, evitando di consolidare dipendenze di lungo periodo verso fornitori esterni. La Commissione europea punta quindi a promuovere linee guida per gli acquisti pubblici digitali, maggiore riuso del software e una più ampia adozione di soluzioni interoperabili.
L’open source nel contesto di una nuova politica industriale europea
L’inserimento dell’open source nel Pacchetto sulla sovranità tecnologica dimostra che Bruxelles considera ormai il software parte integrante della politica industriale comunitaria. Il pacchetto del giugno 2026 non affronta infatti soltanto il livello applicativo, ma l’intera catena tecnologica: dai semiconduttori al cloud, dall’IA alle infrastrutture energetiche necessarie per alimentare la nuova economia digitale.
Questa impostazione riflette un cambiamento significativo nella strategia europea. Per anni l’UE ha affrontato il digitale principalmente attraverso la regolazione, diventando un attore normativo capace di influenzare il comportamento delle grandi piattaforme attraverso strumenti come l’AI Act, il Digital Services Act, il Digital Markets Act, solo per citarne alcuni. La nuova fase della sovranità tecnologica introduce una dimensione più industriale: non basta più stabilire regole per gli altri, ma occorre sviluppare capacità proprie. L’open source si inserisce precisamente in questo spazio. La sua logica è compatibile con il modello europeo perché consente di favorire innovazione distribuita, collaborazione transnazionale e riduzione dei costi di ingresso per imprese e pubbliche amministrazioni. Per le piccole e medie imprese europee, che costituiscono una componente essenziale del tessuto economico dell’Unione, l’accesso a tecnologie aperte può rappresentare un elemento importante per sviluppare nuovi servizi senza dipendere completamente da piattaforme proprietarie.
Tuttavia, proprio qui emerge il primo limite della strategia europea: l’apertura del software non coincide automaticamente con la sovranità tecnologica.
Il paradosso europeo
La principale criticità dell’approccio europeo riguarda la distinzione tra controllo del software e controllo dell’infrastruttura tecnologica. Un ecosistema digitale realmente sovrano richiede infatti capacità lungo molteplici livelli: semiconduttori, capacità computazionale, cloud, data center, energia e competenze. L’UE può sviluppare un software aperto, ma se questo software viene eseguito prevalentemente su infrastrutture cloud controllate da operatori esterni o se necessita di microchip avanzati prodotti fuori dal continente, la dipendenza strategica non viene eliminata, ma semplicemente spostata. Ciò rappresenta una delle principali sfide della sovranità tecnologica europea. L’open source può ridurre il rischio di lock-in verso singoli fornitori software, ma non risolve automaticamente la concentrazione industriale nei segmenti più strategici della catena tecnologica. La stessa Commissione europea riconosce infatti che la sovranità digitale deve essere costruita attraverso iniziative complementari che includano semiconduttori, cloud e IA.
Esiste inoltre una seconda criticità: il finanziamento. Molti dei principali progetti open source globali sono sostenuti economicamente da grandi aziende tecnologiche non europee. L’apertura del codice non implica quindi necessariamente un controllo europeo degli ecosistemi. La governance tecnologica passa anche attraverso la capacità di finanziare comunità di sviluppatori, sostenere la manutenzione dei progetti e trasformare innovazione aperta in imprese scalabili. Il rischio per l’Europa è ciò che potrebbe essere definito open source washing: utilizzare il linguaggio della sovranità e dell’apertura senza modificare realmente gli equilibri industriali sottostanti.
Le lezioni di USA e Cina
La scommessa europea sull’open source si inserisce in un panorama globale nel quale Stati Uniti e Cina hanno già costruito ecosistemi tecnologici capaci di trasformare l’apertura del codice in una leva di potere industriale. Pur partendo da presupposti politici ed economici profondamente diversi, entrambi i modelli mostrano un elemento comune: il software aperto diventa strategico quando è sostenuto da capacità finanziarie, infrastrutture tecnologiche e attori industriali in grado di trasformarlo in standard globale.
Il modello statunitense rappresenta probabilmente l’esempio più avanzato di come l’open source possa coesistere con una forte concentrazione del potere tecnologico privato. Contrariamente alla percezione secondo cui software aperto significherebbe assenza di controllo economico, molti degli ecosistemi open source più influenti al mondo sono infatti sostenuti e orientati da grandi aziende tecnologiche americane. Un caso emblematico è quello di Linux, il sistema operativo open source che costituisce oggi una delle infrastrutture fondamentali dell’economia digitale globale. Nato come progetto collaborativo, Linux è diventato il cuore dell’infrastruttura cloud contemporanea, dei supercomputer e di una parte significativa dei sistemi embedded. La sua evoluzione è stata sostenuta da un ecosistema che include grandi imprese tecnologiche statunitensi attraverso la Linux Foundation, che riunisce aziende come IBM, Google, Microsoft, Intel e Amazon Web Services. L’elemento rilevante non è soltanto il codice aperto, ma la capacità di queste aziende di finanziare sviluppatori, sostenere la manutenzione dei progetti e creare attorno agli standard aperti modelli economici sostenibili.
La lezione americana per l’Europa è quindi duplice. Da un lato, l’open source può diventare un potente strumento di innovazione e riduzione delle dipendenze. Dall’altro, l’apertura produce valore strategico solo quando è accompagnata da soggetti capaci di sostenere economicamente gli ecosistemi e trasformare gli standard tecnologici in vantaggio competitivo. Il problema europeo non è dunque soltanto lo sviluppo del codice aperto, ma anche la creazione di attori industriali e finanziari in grado di guidarne l’evoluzione.
Anche la Cina offre elementi di riflessione importanti, sebbene attraverso un modello radicalmente diverso. Pechino considera da tempo l’open source una componente della propria strategia di autonomia tecnologica, soprattutto in risposta alle restrizioni statunitensi sull’accesso alle tecnologie avanzate. L’obiettivo cinese non è semplicemente partecipare agli ecosistemi globali esistenti, ma costruire alternative nazionali capaci di ridurre la dipendenza dalle piattaforme occidentali. Un esempio significativo è openEuler, un sistema operativo open source sviluppato originariamente da Huawei come alternativa agli ambienti Linux dominati da ecosistemi occidentali. Il progetto è stato successivamente trasferito alla OpenAtom Foundation, una fondazione sostenuta dall’industria tecnologica cinese e riconosciuta dal governo come elemento dell’infrastruttura digitale nazionale. OpenEuler rappresenta il tentativo cinese di costruire un ecosistema software autonomo per server, cloud e infrastrutture critiche.
Questa strategia sembra inoltre acquisire una dimensione internazionale. Durante il 18esimo vertice BRICS tenutosi a Nuova Delhi il 12 settembre 2026, Xi Jinping ha proposto la creazione di una “BRICS AI Open Source Cooperation Zone”, per rafforzare la cooperazione tra i Paesi BRICS nello sviluppo e nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale open source. La proposta conferma come Pechino consideri l’open source non solo uno strumento di autonomia tecnologica, ma anche una leva per costruire nuovi ecosistemi, standard e reti di cooperazione tecnologica alternativi a quelli occidentali.
Il caso cinese evidenzia una seconda lezione per l’Europa: la sovranità tecnologica richiede una capacità di coordinamento tra settore pubblico, industria e ricerca. Pechino utilizza l’open source come parte di una strategia industriale più ampia, collegandolo a politiche nazionali su semiconduttori, cloud computing, IA e infrastrutture digitali. L’apertura del software diventa così uno strumento di politica industriale e non soltanto una scelta tecnica. Naturalmente, il modello cinese presenta caratteristiche difficilmente replicabili dall’UE. La centralizzazione decisionale, il ruolo dello Stato e la capacità di mobilitare rapidamente risorse pubbliche appartengono a un sistema politico ed economico differente.
Una scommessa geopolitica
La scelta europea di puntare sull’open source rappresenta quindi molto più di una politica tecnologica settoriale. È il tentativo di costruire un modello alternativo in un ordine digitale sempre più frammentato, dove USA e Cina competono attraverso ecosistemi tecnologici fortemente concentrati. L’UE possiede alcuni vantaggi distintivi: un grande mercato interno, una forte capacità regolatoria, università e centri di ricerca competitivi e una tradizione consolidata di collaborazione transnazionale. Tuttavia, questi elementi devono essere tradotti in capacità industriale. La domanda centrale non è pertanto se l’Europa debba scegliere tra apertura e sovranità, ma se sarà in grado di dimostrare che l’apertura può diventare una forma concreta di potere tecnologico.
Nel nuovo ordine digitale globale, infatti, il controllo non dipenderà soltanto dalla proprietà delle tecnologie, ma anche dalla capacità di costruire e governare gli ecosistemi nei quali esse evolvono. L’open source può rappresentare per l’Europa un’opportunità strategica, ma il successo di questa strategia dipenderà dalla capacità di accompagnare l’apertura con investimenti industriali concreti. Senza infrastrutture cloud, capacità computazionale, semiconduttori e capitale tecnologico europeo, l’open source rischia di rimanere una scelta normativa più che una leva di autonomia.
La vera sfida per Bruxelles non è solo aprire il codice, ma anche costruire le condizioni affinché l’Europa possa partecipare alla definizione delle tecnologie che quel codice rende possibili.
Claudia Schettini
*Istituto Ispi

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