
Dovremmo partire sempre dall’assunto che ognuno è innocente fino all’ultimo grado di giudizio e a questo dobbiamo arrivare dopo che la colpevolezza è stata dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio. Basato sul libro autobiografico di Alain Marécaux “Chronique de mon erreur judiciaire” il film racconta la gravità di quanto successo allo stesso Alain Marècaux.
Dobbiamo riflettere sui passaggi della magistratura e se anche concordiamo che errare è umano (ma quando sono in ballo l’onore, l’equilibrio mentale, la vita di una persona l’errore può avere conseguenze catastrofiche), perseverare nell’errore da parte del giudice è addirittura persecutoria e fa pensare alla presunzione di un giovane giudice che ha già condannato, prima ancora che inizi il processo, che la condanna nasca e si basi su prove concrete.
Il film presentato il 7 settembre a Venezia nella sezione “Giornate degli autori” ha ottenuto il premio come miglior film europeo ed è stato presentato a Firenze il 21 0ttobre introdotto da Alain Marécaux protagonista, suo malgrado, di uno dei più grossi errori giudiziari francesi, nel corso di France Odeon, giunto alla sua terza edizione.
Cosa vuol dire precipitare all’inferno ce lo aveva già raccontato Kafka ed Alain Marécaux ce lo dimostra con i suoi tre tentativi di suicidio, con una sciopero della fame di 9 settimane, con il suo perdere figli, moglie, amici, lavoro, con l’impossibilità, nonostante gli sforzi e le assicurazioni degli avvocati di dimostrare la sua innocenza; tutto questo a causa della caparbietà e dell’arroganza del giudice, a causa di un errore giudiziario.
Tutto comincia la notte del 14 novembre 2001 quando la polizia fa irruzione nella casa che Alain Marécaux, ufficiale giudiziario, divide con la moglie e i figli, viene ammanettato, gli si impedisce di accostarsi ai figli, lo si trascina in prigione.
Da quel momento ha inizio la discesa agli inferi, per quattro anni l’accusa infamante di pedofilia peserà sulle sue spalle. Solo dopo quattro anni si scoprirà che l’impianto accusatorio si basa sulle sabbie mobili: l’accusa viene da una bugiarda, a sua volta pedofila nei confronti dei suoi figli (e questo particolare era a conoscenza del giudice istruttore) che aveva accusato altre tredici persone.
Il film va visto per capire come sia difficile perseguire e applicare una “giustizia giusta” e il finale lascia tanta rabbia dentro.
Il regista Vincent Garenq stava preparando il suo secondo film quando ha letto il libro e ha deciso che quello sarebbe stato il suo film. Ha dovuto vincere le resistenze di Marécaux che non credeva che il film potesse raccontare la sua storia senza snaturarla e ha ceduto solo alla dodicesima stesura della sceneggiatura, non prima di aver avuto l’assicurazione che avrebbe potuto bloccare il film in qualunque momento. Il soggetto spaventa ma Garenq trova il sostegno di Philippe Torreton che, letto il soggetto decide di perdere 27 kg per interpretare il Marècaux sofferto che, deciso a morire porta avanti lo sciopero della fame per nove settimane.
Una volta completato il film , che è uscito in Francia il 7 settembre Marécaux ha dichiarato che dal 14 novembre 2011, a dieci anni esatti dall’arresto che ha sconvolto la sua vita, non parlerà più del suo caso: sarà il film a parlare per lui.

Vero e anche Tortora, come Marécaux fu preso di notte, buttato giù dal letto, dato in pasto alla stampa, giudicato colpevole prima ancora di cominciare le indagini.
Per poi risultare innocente. In compenso il giudice che lo aveva fatto arrestare è stato promosso.
Mi ricordo di un film di Alberto Sordi che parla, mi pare, dello steso problema. Un’altro era “Giralimoni” con Manfredi. Una storia vera accaduta al tempo del fascio. Di giustizia ingiusta ne ricordo. Una per tutte, quella di Tortora.
Enrico Martelloni