E’ stato presentato alle Giubbe Rosse il libro di Flavio Aliquò Mazzei,”Piero Gobetti,profilo di un rivoluzionario liberale”,pubblicato ,per conto del circolo PIERO GOBETTI di Firenze,daLucio Pugliese Editore.Difronte al folto pubblico che riempiva la sala dello storico caffè letterario dei fratelli Smalzi,hanno parlato Tommaso Ciuffoletti,Antonio Pizzo,Gennaro Oriolo,oltre,naturalmente,all’autore.Introducendo gli oratori,il professor Adalberto Scarlino ha ricordato Gobetti quale straordinario animatore di iniziative e di dibattito culturale,quasi una denuncia,oggi,di quei tanti,troppi uomini di partito che fanno politica senza cultura.Del resto,anche Francesco Giubilei,nella introduzione al libro di Aliquò,sottolinea come Gobetti,costretto all’esilio,non abbia mai pensato”di fare libellistica o di tessere cospirazioni velleitarie”,ma abbia voluto piuttosto”contribuire alla elaborazione e allo sviluppo di un centro di cultura europeo per diffondere i cocetti del metodo liberale”.Tommaso Ciuffoletti,giovane e già noto esponente dell’ area laico-socialista,ha detto:
“Quando parliamo di Gobetti non dobbiamo mai fare l’errore di riferirci al suo pensiero come se fosse una costruzione necessariamente coerente e compiuta. Non foss’altro per la giovane età a cui è morto, Gobetti non ebbe modo di articolare la sua riflessione in forma di “sistema”. Qui non sta tanto il limite, quanto il fascino del pensiero di Gobetti, un fascino che colpisce chi, soprattutto da giovane, ad esso si avvicina.
Sopra ogni altra cosa rileva la sua opera di geniale ed instancabile “organizzatore culturale”. Delle tre riviste da lui fondate, Energie Nove, La Rivoluzione liberale e Il Baretti, la più nota è senza dubbio la seconda. Rivoluzione Liberale è una parola d’ordine che tanti dopo Gobetti hanno, più o meno legittimamente, ripreso. Ed è proprio il Gobetti animatore culturale che scopre la sua vena più “radicale” (da intendersi nel duplice senso che in Italia questa parola assume quando si parla di politica) e più provocatoria. La sua insofferenza verso la stanchezza della classe dirigente liberale di allora, la sua prima ancora fu di Salvemini condanna del giolittismo prima e soprattutto del fascismo poi, sono cariche di un ardore e di una idealità brillanti ed impietose.
Nel considerare il Gobetti “politico”, tuttavia, non si possono rilevare i limiti che l’ardore giovanile impose alla sua riflessione. Non solo la gioventù, ma anche l’avere la sua città natale, Torino, come punto d’osservazione dei fatti del biennio rosso (1919-21) lo portò a considerare l’esperienza dei consigli di fabbrica con eccessivo entusiasmo, arrivando addirittura a considerare il colpo di stato bolscevico come una rivoluzione dai caratteri liberali.
Oggi come non mai ci sarebbe bisogno della verve polemica e critica di Gobetti, della sua tenacia nel battersi contro ogni ripiegamento su sè del paese e della sua classe dirgente. Sul piano politico, però, continuo a ritenere che il metodo gradualista e riformista, che allora era quello del Carlo Rosselli che proprio su Rivoluzione Liberale interloquiva con Gobetti, sia ancora da preferire.”
Il professor Antonio Pizzo,per anni preside del Liceo Piero Gobetti Di Bagno a Ripoli,rivolgendosi direttamente al segretario del circolo Gobetti, Gian Rodolfo Del Monte,si è rallegrato dell’iniziativa e nel suo intervento ha offerto le sue “sottolineature” tratteggiate nel testo di Aliquò, seguendo una traccia ideale, una specie di chiave di lettura, alla ricerca, sia pure all’interno di un profilo di un autore “rivoluzionario”, di elementi di una cultura del limite, quale cultura liberale e democratica per eccellenza. E attraverso una serie di citazioni prova a sostenere la presenza, in Gobetti e in Einaudi, di un’attenzione culturale e politica orientata a individuare, nella pratica democratica, dei precisi limiti, oltre i quali non è possibile andare, se si vuole garantire la libertà di tutti. Diventa così liberale non superare i limiti sia quando si tratta di rispettare l’avversario, pur teorizzando il metodo del conflitto, sia quando si tratta di rispettare la propria dignità, conservando sempre integra la propria dirittura morale (costume raro oggi nella vita politica italiana). E diventa ancora liberale sia stabilire un limite alla povertà (nessun uomo oppresso dal bisogno è libero), sia definire “regole ferree di civile comportamento” di fronte alle quali anche l’ansia illimitata del capitalismo deve fermarsi.
Infine il Prof. Pizzo, dopo aver espresso la sua preoccupazione nel vedere, negli opposti campi, tanti giovani convocati a gioire festanti solo per scegliere un capo, proprio a quei giovani, i quali sicuramente a scuola, per colpa di programmi imbalsamati, non hanno incontrato il fresco pensiero gobettiano, rivolgo – ha detto – l’invito ad apprendere e praticare “il metodo della libertà”, alla Gobetti appunto, prima di schierarsi a destra o a sinistra.
In conclusione Flavio Aliquò,ringraziando gli oratori e i numerosi intervenuti,ha sottolineato che il pensiero di Gobetti rimane saldamente ancorato alla politica liberale, a cui cercò di infondere nuova linfa vitale non solo tentando di far breccia anche nei settori sociali a cui in precedenza i partiti liberali non si erano rivolti, ma soprattutto ponendosi intransigentemente a difesa di tutte le libertà degli individui.
Gobetti,ha detto Aliquò,per difendere le sue idee e la libertà che stava per essere soffocata dal regime,mise in gioco perfino la sua vita,diventando un esempio per tutti coloro che amano la libertà.

Ho accettato la proposta dell’amico Adalberto Scarlino di presentare il libro di Aliquò perché ritengo che ci sia estremo bisogno di riscoprire continuamente personaggi, pensatori e uomini politici come Gobetti.
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