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Presentazione del libro “Piero Gobetti – Profilo di un rivoluzionario liberale” di Aliquò Mazzei.

E’ stato presentato alle Giubbe Rosse il libro di Flavio Aliquò Mazzei,”Piero Gobetti,profilo di un rivoluzionario liberale”,pubblicato ,per conto del circolo PIERO GOBETTI di Firenze,daLucio Pugliese Editore.

di Redazione Pensalibero.it | 18 Dicembre 2007

E’ stato presentato alle Giubbe Rosse il libro di Flavio Aliquò Mazzei,”Piero Gobetti,profilo di un rivoluzionario liberale”,pubblicato ,per conto del circolo PIERO GOBETTI di Firenze,daLucio Pugliese Editore.Difronte al folto pubblico che riempiva la sala dello storico caffè letterario dei fratelli Smalzi,hanno parlato Tommaso Ciuffoletti,Antonio Pizzo,Gennaro Oriolo,oltre,naturalmente,all’autore.Introducendo gli oratori,il professor Adalberto Scarlino ha ricordato Gobetti quale straordinario animatore di iniziative e di dibattito culturale,quasi una denuncia,oggi,di quei tanti,troppi uomini di partito che fanno politica senza cultura.Del resto,anche Francesco Giubilei,nella introduzione al libro di Aliquò,sottolinea come Gobetti,costretto all’esilio,non abbia mai pensato”di fare libellistica o di tessere cospirazioni velleitarie”,ma abbia voluto piuttosto”contribuire alla elaborazione e allo sviluppo di un centro di cultura europeo per diffondere i cocetti del metodo liberale”.Tommaso Ciuffoletti,giovane e già noto esponente dell’ area laico-socialista,ha detto:

“Quando parliamo di Gobetti non dobbiamo mai fare l’errore di riferirci al suo pensiero come se fosse una costruzione necessariamente coerente e compiuta. Non foss’altro per la giovane età a cui è morto, Gobetti non ebbe modo di articolare la sua riflessione in forma di “sistema”. Qui non sta tanto il limite, quanto il fascino del pensiero di Gobetti, un fascino che colpisce chi, soprattutto da giovane, ad esso si avvicina.
Sopra ogni altra cosa rileva la sua opera di geniale ed instancabile “organizzatore culturale”. Delle tre riviste da lui fondate, Energie Nove, La Rivoluzione liberale e Il Baretti, la più nota è senza dubbio la seconda. Rivoluzione Liberale è una parola d’ordine che tanti dopo Gobetti hanno, più o meno legittimamente, ripreso. Ed è proprio il Gobetti animatore culturale che scopre la sua vena più “radicale” (da intendersi nel duplice senso che in Italia questa parola assume quando si parla di politica) e più provocatoria. La sua insofferenza verso la stanchezza della classe dirigente liberale di allora, la sua prima ancora fu di Salvemini condanna del giolittismo prima e soprattutto del fascismo poi, sono cariche di un ardore e di una idealità brillanti ed impietose.
Nel considerare il Gobetti “politico”, tuttavia, non si possono rilevare i limiti che l’ardore giovanile impose alla sua riflessione. Non solo la gioventù, ma anche l’avere la sua città natale, Torino, come punto d’osservazione dei fatti del biennio rosso (1919-21) lo portò a considerare l’esperienza dei consigli di fabbrica con eccessivo entusiasmo, arrivando addirittura a considerare il colpo di stato bolscevico come una rivoluzione dai caratteri liberali.
Oggi come non mai ci sarebbe bisogno della verve polemica e critica di Gobetti, della sua tenacia nel battersi contro ogni ripiegamento su sè del paese e della sua classe dirgente. Sul piano politico, però, continuo a ritenere che il metodo gradualista e riformista, che allora era quello del Carlo Rosselli che proprio su Rivoluzione Liberale interloquiva con Gobetti, sia ancora da preferire.”

Il professor Antonio Pizzo,per anni preside del Liceo Piero Gobetti Di Bagno a Ripoli,rivolgendosi direttamente al segretario del circolo Gobetti, Gian Rodolfo Del Monte,si è rallegrato dell’iniziativa e nel suo intervento ha offerto le sue “sottolineature” tratteggiate nel testo di Aliquò, seguendo una traccia ideale, una specie di chiave di lettura, alla ricerca, sia pure all’interno di un profilo di un autore “rivoluzionario”, di elementi di una cultura del limite, quale cultura liberale e democratica per eccellenza. E attraverso una serie di citazioni prova a sostenere la presenza, in Gobetti e in Einaudi, di un’attenzione culturale e politica orientata a individuare, nella pratica democratica, dei precisi limiti, oltre i quali non è possibile andare, se si vuole garantire la libertà di tutti. Diventa così liberale non superare i limiti sia quando si tratta di rispettare l’avversario, pur teorizzando il metodo del conflitto, sia quando si tratta di rispettare la propria dignità, conservando sempre integra la propria dirittura morale (costume raro oggi nella vita politica italiana). E diventa ancora liberale sia stabilire un limite alla povertà (nessun uomo oppresso dal bisogno è libero), sia definire “regole ferree di civile comportamento” di fronte alle quali anche l’ansia illimitata del capitalismo deve fermarsi.
Infine il Prof. Pizzo, dopo aver espresso la sua preoccupazione nel vedere, negli opposti campi, tanti giovani convocati a gioire festanti solo per scegliere un capo, proprio a quei giovani, i quali sicuramente a scuola, per colpa di programmi imbalsamati, non hanno incontrato il fresco pensiero gobettiano, rivolgo – ha detto – l’invito ad apprendere e praticare “il metodo della libertà”, alla Gobetti appunto, prima di schierarsi a destra o a sinistra.

In conclusione Flavio Aliquò,ringraziando gli oratori e i numerosi intervenuti,ha sottolineato che il pensiero di Gobetti rimane saldamente ancorato alla politica liberale, a cui cercò di infondere nuova linfa vitale non solo tentando di far breccia anche nei settori sociali a cui in precedenza i partiti liberali non si erano rivolti, ma soprattutto ponendosi intransigentemente a difesa di tutte le libertà degli individui.

Gobetti,ha detto Aliquò,per difendere le sue idee e la libertà che stava per essere soffocata dal regime,mise in gioco perfino la sua vita,diventando un esempio per tutti coloro che amano la libertà.

L’intervento del Prof.Gennaro Oriolo

Pubblicato in : Cultura ed eventi

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Presentazione del libro “Piero Gobetti – Profilo di un rivoluzionario liberale” di Aliquò Mazzei.

Il rapporto tra Gobetti e Gangale nell’interessante introduzione al libro di Mazzei da parte di Gennaro Oriolo.

di Gennaro Oriolo | 12 Dicembre 2007

Ho accettato la proposta dell’amico Adalberto Scarlino di presentare il libro di Aliquò perché ritengo che ci sia estremo bisogno di riscoprire continuamente personaggi, pensatori e uomini politici come Gobetti.

Mi ha convinto l’exergo introduttivo al libro : “ A tutti coloro che non vogliono perdere la libertà”.
Può sembrare una provocazione ! ma lo è ?.
L’autore pensa di no e ce ne dà contezza con alcuni esempi solo accennati, quasi a volerci mettere in guardia :
l’articolo 11 della Costituzione;
le violazioni sempre più concrete sulla libertà di comunicazione e di informazione : vedi lo spionaggio ed il controllo sulle comunicazioni telematiche;
i diritti umani calpestati ( vedi Guantanamo) tra l’indifferenza generale; e meno male che ci sono degli anticorpi;
le nuove ideologie illiberali di cui sono portatrici gli estremismi e i fondamentalismi sia di importazione ma anche di matrice occidentale;
i diritti civili ( procreazione assistita, i temi della famiglia).

C’è bisogno di libri su Gobetti , un politico di razza, di cui è giusto riproporre il pensiero autentico in una società in cui tutti ormai ci diciamo liberali o facciamo riferimento esplicito al liberalismo come concezione politica ed al liberismo in economia.
E poi ci troviamo in un paradosso evidente dal momento che il centrodestra che ha governato per 5 anni su un programma annunciato in modo esplicito di riformismo liberale niente ha fatto in tal senso e che un centrosinistra che sta governando anche tra tante difficoltà e che accenna a concretizzare misure liberistiche si trova continuamente sotto scacco di poteri forti e di corporazioni economiche e professionali.
Eppure sul personaggio Gobetti si registra un silenzio tombale che non fa bene alle nostra democrazia : per convincersene basta fare un giro per le librerie fiorentine e chiedere delle opere di Gobetti : non si trova niente.

E nei testi scolastici delle scuole superiori: niente o quasi!!!!
Questo libro di Flavio Aliquò Mazzei, dunque, viene a colmare un vuoto e lo copre bene in quanto si tratta di un libro di taglio molto divulgativo e con un linguaggio fresco, spigliato, popolare o popolano, adatto alle esigenze e alle caratteristiche di un pubblico anche giovanile che rifugge da opere troppo complesse e problematizzate. Salvo poi recuperare questo aspetto di approfondimento nelle sezioni dedicate ai personaggi storici di riferimento oppure alla Bibliografia che è molto accurata e aggiornata.

Sono stato solleticato a partecipare anche per un motivo particolare, in quanto studioso di un personaggio quasi dimenticato ma importante del dibattito culturale, filosofico e politico dell’Italia degli anni degli anni della “Vittoria mutilata” e della crisi morale che attanagliò il paese dopo la I guerra mondiale e che portò poi all’ esito del Fascimo : un personaggio, Giuseppe Gangale, che non figura nella galleria dei personaggi storici di questo libro, ma che ha tutti i numeri per poterci rientrare a pieno titolo.

Gangale era nato a Cirò nel 1898: aveva studiato a San Demetrio Corone nel Collegio Italo-Albanese “San Adriano” ; aveva compiuto gli studi universitari a Firenze ( 1918-1921) laureandosi in filosofia con una tesi su Blaise Pascal e poi si era perfezionato in Storia delle religioni con Vittorio Macchioro.
Dopo gli studi universitari tornò a Cirò e da lì iniziò la sua collaborazione alla rivista “Conscientia”, che divenne sempre più costante con il suo trasferimento a Roma fino ad assumerne di fatto la direzione nel 1923.
La rivista, sotto la spinta di Gangale, divenne la voce del neo-calvinismo italiano. Ma tra i collaboratori della rivista I protestanti “puri” si contavano sulle dita di una mano.
Gangale era interessato ad avere come collaboratori personalità significative nel panorama intellettuale italiano che non si riconoscevano nella sua linea: Antonio Banfi, Adriano Tilgher, Lelio Basso ( che si firmava con lo pseudonimo di Prometeo Filodomo) e poi il crociano Domenico Petrini.

Dall’esperienza del combattentismo venivano intellettuali come Camillo Bellieni ( tra i fondatori del Partito sardo d’Azione) e il democratico salveminiano Tommaso Fiore che si distingueva per gli attacchi alla filosofia dell’attualismo gentiliano.
Ma collaborava anche Giuseppe Prezzolini, il filosofo ebreo, socialista e mazziniano Felice Momigliano.
Preziosa la collaborazione di Giovanni Ansaldo che introdusse sulla rivista tesi di derivazione weberiana.

Ma veniamo a Gobetti.
Egli iniziò la collaborazione a Conscientia nel giugno del 1923.
Del rapporto tra Gobetti e Gangale rimane testimonianza nelle lettere di quest’ultimo, conservate presso il Centro Gobetti di Torino ( due lettere e una ventina di cartoline con cui Gangale chiedeva con insistenza articoli). E’ nota la stima e la simpatia di Gangale verso Gobetti e le sue iniziative e tenne sempre in gran conto la rivista “Rivoluzione liberale” a cui collaborò.
Si premurò anche di far notare la stretta parentela tra le due riviste che si muovevano nell’alveo scavato per prima da “ La Voce” di Prezzolini.
Tra il ’23 e il ’24 Gobetti inviò una ventina di articoli alla rivista “Conscientia”, molti dei quali capitoli sulla storia della cultura piemontese del Sette-Ottocento, che confluiranno nel postumo “Risorgimento senza eroi”.
Nell’ultima lettera scritta a Gobetti, datata 9 gennaio 1926, Gangale parla delle proibizioni della censura di stampare il suo nome e comunica all’amico di aver intenzione di pubblicare con lo pseudonimo di Diogene Mastigoforo il pezzo su Torino per la rubrica “Le università e la cultura”: articolo che apparirà postumo.

Uno dei temi su cui ci fu una discussione piuttosto interessante tra Gobetti e Gangale fu quello della Mancata Riforma in Italia.
Ambedue sostenevano la tesi che l’ Italia non era entrata nella modernità e che occorreva rendere atto che il Risorgimento era una riforma mancata, fatta dall’alto, senza il coinvolgimento e l’apporto delle masse, in ciò influenzati dalle tesi di Alfredo Oriani e Mario Missiroli.

Ma mentre Gobetti sosteneva che il Risorgimento era fallito come rivoluzione liberale, Gangale sosteneva che era stata una rivoluzione liberale e non una rivoluzione protestante.
Cioè era mancato all’Italia una “chiara coscienza della sua missione nazionale” a differenza di altri popoli la cui coscienza religiosa aveva trovato espressione in miti al tempo stesso politici, religiosi e morali.
Nel risorgimento italiano invece l’iniziativa, in materia spirituale, era stata soltanto cattolica ed il cattolicesimo aveva imposto la sua egemonia con il mito antinazionale.
Per Gangale, dunque, il problema della mancata riforma era un problema spirituale, prima che culturale e politico.

Nel recensire su Conscientia ( n. 30, 26 luglio 1924) il volume “Rivoluzione liberale” di Gobetti, Gangale gli rimproverava di non preoccuparsi “ in pari proporzioni, del problema dei contadini, del come cioè creare una mentalità rivoluzionaria nei contadini del Meridione” tanto più che tra le cause del fascismo era da ascriversi proprio l’inerzia del meridione”.
Tre settimane più tardi, in “Viaggio al Sud”, un articolo sulla questione meridionale comparso su Rivoluzione liberale ( III, 47, 16 dicembre 1924) Gangale contrapponeva la condizione degli operai del Nord a quella dei contadini del Sud.
L’Italia meridionale gli appariva “una fortezza triangolare chiusa ai suoi vertici da S. Gennaro di Napoli, da S. Nicola di Bari e da Santa Rosalia di Palermo”.
Dal canto suo Gobetti ripubblicava su “Rivoluzione liberale” con il titolo “Il nostro protestantesimo” un articolo già comparso su “Conscientia” nel quale elogiava la “passione libertaria delle masse” e sosteneva che il protestantesimo italiano doveva “ cercare negli operai educati alla libera lotta e alla morale del lavoro i quadri dell’eresia e della rivoluzione democratica”.
Anche sulla Rivoluzione bolscevica giudicata da Gobetti come rivoluzione liberale, i punti di vista divergevano: Gangale riteneva che non si trattava di un’affermazione dell’autonomia degli operai e dei contadini, ma di un circolo destinato fatalmente a riproporre l’individualismo e il capitalismo.

Egli riteneva, inoltre, che non tanto la dittatura, in qualche modo giustificabile con la necessità di consolidare la rivoluzione, ma lo stesso comunismo costituisse “ Una greve cappa di piombo per l’anima russa” non a causa di Marx ma “ dell’incultura filosofica di Lenin”.
E Gobetti, dal contatto con Gangale, “ un protestante in carne ed ossa” come lo definì G. Spini, maturò una riconsiderazione del protestantesimo e delle recente rinascita protestante in Italia. Così scriveva sulla sua rivista :” continua a rimanere viva in Italia un’esigenza di protestantesimo come noviziato di libertà, di serietà morale, di educazione moderna. E anche “Conscientia”, in quanto riprende le tradizioni laiche nazionali, in quanto illumina gli sforzi storici durati per far entrare in Italia le idee di tolleranza, di libero esame, di moralità produttrice, di libertà politica, ha la sua funzione evidente e proficua”.
Se Gobetti riconosceva l’importanza del protestantesimo nel determinare il maturo “ritmo della vita sociale”, riteneva altresì che la modernità avesse come fondamentale presupposto un processo compiuto di secolarizzazione alla luce del quale chiarire anche i termini di questa questione.

Il sodalizio umano, intellettuale tra i due fu coronato dalla pubblicazione nella collana “Quaderni della rivoluzione Liberale” di Gobetti del volume “Rivoluzione protestante” nel quale Gangale raccolse e ordinò una parte dei suoi articoli del 1923-24.
Altra opera commissionata da Gobetti a Gangale, ma che non potè essere edita per le note vicende era un saggio su Calvino che poi uscì a cura della casa editrice Doxa fondata da Gangale.

Vorrei concludere leggendo la parte finale del commosso e commovente necrologio dell’amico, pubblicato in prima pagina sul n. 18 nel febbraio 1926, e scritto da Gangale:

“ il dramma di Gobetti è consumato.
Egli è proprio morto. Ci sentiamo più soli oggi. E sentiamo l’infinita tristezza della sua tragedia che è la nostra, sentiamo l’amarezza dell’avvenire di noi superstiti.

Quale oscuro destino ci sospinge a combattere per un futuro che forse non vedremo, chi ci spinge ad esaurirci i nervi e il cervello, a far ardere il nostro corpo da un’insanabile fiamma, ad essere dei donchisciotti precoci dal viso patito, dal vestito stinto, impugnanti come vessillo un pezzo di giornale in mezzo ad una moltitudine che non ci comprende?
Noi non sappiamo: così colui che è morto non sapeva
”.

Gennaro Oriolo

Gli interventi di Ciuffoletti, Pizzo e Aliquò Mazzei

Pubblicato in : Cultura ed eventi

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