Cinque milioni di poveri conclamati, cinque milioni di italiani, cinque milioni di connazionali, concittadini che non ce la fanno con i propri mezzi e ricorrono a mutui, prestiti, crediti di parenti, genitori o affaristi senza scrupolo, purtroppo capita.
I numeri sono da allarme sociale ma sono pronunciati dagli stessi politici come se fossero semplici estrazioni del lotto. Come se non ci riguardassero. E sono numeri di povertà dilagante e di sfiducia crescente. Italia sempre sull’orlo di uno stato imponderabile: orlo del baratro nel 2011, come orlo della ripresa annunciata per quest’anno. Ma sempre orlo, ciglio, limite. Che stranezze. Dieci milioni di italiani verso la povertà potenziale, gente che fino a qualche anno fa stava abbastanza bene, era il classico ceto medio, erano quelli che potevano fare anche due tre settimane di vacanza e adesso non possono permettersi una spesa straordinaria e due pasti di carne consecutivi perchè vanno fuori budget. Vi pare progresso? E cinque milioni di poveri conclamati, cinque milioni di italiani, cinque milioni di connazionali, concittadini che non ce la fanno con i propri mezzi e ricorrono a mutui, prestiti, crediti di parenti, genitori o affaristi senza scrupolo, purtroppo capita. Vi pare progresso? Dice l’arcivescovo di Bologna cardinal Caffarra che ultimamente non le risparmia a nessuno: “Mi raccontano di luce in fondo al tunnel, mi dicono che ci sarebbe la ripresa e poi vado alle mense della Caritas e ho fatto un giro tra i tavoli e ho scoperto che ci sono tanti italiani, tanti capi famiglia e famiglie intere che vengono a mangiare un pasto caldo da noi perché non saprebbero altrimenti come fare”. Povertà dilagante e politica impotente. Tanti annunci e pochi fatti, tanti declamati patti per il progresso, patti per lo sviluppo, impegni per il Paese e per il futuro e poi, stringi stringi, poco di concreto purtroppo. Se si lamentano tutti, tranne ovviamente quelli che possono vantare e contare grandi patrimoni, un problema ci sarà. Saggezza contadina: se non semini non raccogli. Se non fai l’aratura è inutile che dai la colpa al tempo. Saggezza (presunta) politica: se non semini forse raccogli uguale. Vedete che non ci siamo. Saggezze lontane distante galattiche. Salari dei lavoratori italiani sempre più bassi anche rispetto al potere d’acquisto sempre più limitato. I sindacati chiedono scelte precise e immediate per ridurre il costo del lavoro. E da anni nessun segnale. Abbiamo la tassazione come la Svezia senza avere i servizi sociali della Svezia. Si lamentano gli imprenditori, avete sentito il presidente di Confindustria Squinzi che non le manda a dire nemmeno lui a governo e grandi burocrati: sono anni che promettete tagli e finanziamenti alla produzione e da anni non succede nulla. Con questo panorama sembra che la politica si sia ritirata sulla spiaggia delle giravolte tra leader e della riforma istituzionale ed elettorale che, per carità, è importante come tante altre emergenze del Paese, ma come direbbe mia nonna con la riforma elettorale non mangi e non trovi lavoro. Almeno nell’immediato. Fior di economisti più o meno rigoristi si sono messi ad alambiccare che da quando hai i primi segnali di ripresa, che sarebbero in questi mesi in arrivo, poi ci vogliono 12 o 18 mesi prima che questi segnali arrivino alle famiglie e alle imprese, cioè più benessere e più occupazione. Come direbbe Crozza, che non è un economista ma spesso ci prende, “e intanto in questi diciotto mesi cosa facciamo guardiamo la luna e ci affidiamo alla provvidenza?” Insomma sembra proprio che qualcosa non torni. Era nato un governo per l’emergenza economica quasi un anno fa e alcune cose sono forse iniziate, forse sono state seminate, ma sembra che l’alluvione politica faccia marcire ogni spunto e ogni germoglio. I cinque milioni che non arrivano al 5 del mese perché il mese non ce l’hanno non sanno che farsene del Senato non elettivo, non sanno che farsene delle materie concorrenti tra Regioni e Stato. Al momento hanno il vero concreto problema di vivere decentemente. E anche, contemporaneamente, di non essere “portati per i fodnelli”. Già, fateci un piacere, che è pure gratis: non prendeteci in giro.


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