Ecco perché è fallito il tentativo di integrazione delle politiche economiche e finanziarie dei Paesi europei.

La contraddizione in cui siamo caduti è che l’Europa non funziona – su questo non ci piove – per difetto, cioè per mancanza di quel passaggio federale che doveva progressivamente spogliare le sovranità nazionali per delegarne i poteri ad un governo europeo eletto democraticamente in via diretta, ma la valutazione prevalente è invece che sia per eccesso, cioè per un’esagerata ingerenza delle decisioni comunitarie nella vita di ciascun paese, il che genera risposte che vanno dal “meno Europa” al dirompente “usciamo dall’euro”. Naturalmente, specie in Italia, chi predica la fine della moneta unica, o la rescissione unilaterale del patto monetario, non spiega come concretamente si potrebbe uscire dall’euro e tace, o mente, su cosa succederebbe nel caso lo si facesse davvero. No, ci si accontenta di vellicare la rabbia dei cittadini, inducendoli a credere che i loro problemi nascano dalla moneta europea, e non come sarebbe invece giusto dire, dal fatto che la sua costituzione non è stata preceduta e nemmeno seguita da un processo d’integrazione politico-istituzionale, indispensabile a rendere logico e necessario l’avere una moneta comune in tasca. Viceversa, però, sbagliano – e sono molti – quelli che per sostenere la tesi opposta agli anti-euro, si limitano ad argomentare la posizione solo in base alla tesi che l’uscita è tecnicamente complicata per non dire impossibile. Non perché questo non sia vero, ma perché non basta a convincere i cittadini che la risposta giusta debba essere la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Così come non basta evocare – lo ha fatto mirabilmente Sabino Cassese in un recente “Roma Incontra” – la pace pluridecennale che fin qui l’Europa, pur ad integrazione limitata, ha saputo regalare a se stessa dopo le due guerre del Novecento, indicandola come il bene che potremmo perdere se la convergenza facesse passi indietro.
Inoltre, questo assurdo dibattito (si fa per dire) non aiuta per nulla a identificare quel che i singoli paesi devono fare per loro conto – e in particolare quelli in difficoltà come l’Italia, ormai rimasta da sola nel club dei “piigs”, visto che Spagna, Portogallo, Irlanda e persino Grecia si sono già scrollate di dosso la crisi – e quel che ragionevolmente va chiesto in sede europea, per evitare che il castello di carte crolli veramente. Il risultato di tutto questo sarà un voto premiante per i populisti di ogni colore. Di fronte al quale, se la reazione fosse in linea con le premesse, cioè un mix di scetticismo e disprezzo per i “neo-barbari”, è sicuro che l’Europa rimarrà spaccata – frattura accentuata dai problemi posti dall’urto Putin-Obama e dalla necessità di schierarsi, tenendo conto prima di tutto delle ragioni energetiche, nella contesa – e difficilmente trarrà dal voto del 25 maggio la spinta necessaria ad una maggiore integrazione, finendo per esporre davvero l’euro ad un processo di consunzione e riaprendo alla grande finanza scenari di possibili incursioni speculative sui titoli di Stato dei paesi più deboli come nel 2011.
Per questo ho volentieri sottoscritto l’appello lanciato dalla Fondazione Einaudi per un’Assemblea Costituente Europea, che rilanci ed acceleri il processo di integrazione federale, dandogli una decisiva certificazione democratica. Se l’Europa è in crisi è per l’incompiutezza della sua integrazione. La ricetta, dunque, è più Europa, e non meno Europa.
Enrico Cisnetto (terzarepubblica.it)

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