
“Potere al popolo” funziona solo sui cartelli e negli slogan. Appena lo prendi sul serio, come concetto logico, non sta in piedi.
Il primo errore è la parola “popolo”. Non esiste “il popolo” come soggetto unico. Esistono persone, gruppi sociali, interessi che si scontrano. C’è chi vuole più tasse e chi meno, chi vuole i confini aperti e chi li vuole chiusi, chi sogna più Europa e chi la vuole smontare. Dire “potere al popolo” significa fingere che tutto questo casino si trasformi magicamente in una volontà unica e limpida. Non è vero. È un trucco linguistico. Tradotto in pratica vuol dire solo una cosa: “potere a qualcuno che pretende di parlare a nome del popolo”.
Il potere non è una caramella da distribuire. È il punto in cui si concentrano i conflitti: decidere chi paga, chi incassa, chi viene protetto, chi sacrificato. Non esiste una scelta che vada bene per tutti. La società è una somma di scontri regolati. Quindi o ammetti che ci sono interessi contrastanti e parli di compromessi, pesi, contrappesi, limiti, oppure racconti la favoletta del “popolo” monolitico e infallibile. In quel momento sei già scivolato dalla democrazia alla propaganda.
Nessuno, in realtà, vuole “potere al popolo” su tutto. Nessuno affiderebbe al voto di massa la gestione di un reattore nucleare, la progettazione di un ponte o la scelta di una terapia intensiva. Su queste cose si vogliono tecnici competenti che rispondano politicamente, ma non la folla che vota in tempo reale. La formula onesta non è “potere al popolo”, ma “potere controllato dal popolo ed esercitato da istituzioni e persone limitate, sostituibili, verificabili”. È meno romantico, ma è l’unico modo per evitare il disastro.
C’è poi un fatto banale che gli slogan fingono di ignorare: il popolo non ha tempo di governare. Le persone lavorano, fanno la spesa, crescono figli, sopravvivono. Non possono passare le giornate a studiarsi bilanci, trattati, codici e piani regolatori. Per forza di cose delegano. Votano qualcuno, gli affidano un mandato, lo controllano e, se va male, lo mandano a casa. La delega non è un tradimento del popolo, è la condizione minima per tenere in piedi un sistema complesso.
Il lato più sporco arriva quando qualcuno si appropria del marchio “popolo” per blindarsi. Appena uno si presenta come “voce del popolo”, ogni critica diventa automaticamente tradimento. Se lo contesti, sei “nemico del popolo”. Se vuoi limitarne i poteri, “tradisci la volontà popolare”. Il passaggio è sempre lo stesso: prima ti chiede “potere al popolo”, poi una volta eletto si autoproclama incarnazione del popolo, e da lì in poi ogni suo atto diventa intoccabile per definizione. È la mossa più vecchia del manuale.
Alla fine la bestemmia logica sta qui: “potere al popolo” finge che:
– esista un popolo unico, coerente, con una sola volontà
– il conflitto sociale possa sparire con una formula magica
– il popolo possa governare direttamente tutto, ogni giorno, su ogni materia
– chi si autoproclama “voce del popolo” sia automaticamente legittimo e intoccabile
La frase sensata, asciutta e adulta è un’altra: il potere deve essere limitato, trasparente, controllato e revocabile, e il popolo deve avere gli strumenti per scegliere, correggere e mandare a casa chi sbaglia. Tutto il resto è coreografia da comizio, utile a chi il potere vuole prenderlo e non mollarlo più.
Piero Terracina

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