La votazione di Grasso da parte di un cospicuo numero di senatori del Movimento 5 stelle è sintomatica del dramma di un partito disideologizzato.

Pur essendo generalizzata la previsione della sconfitta del rissoso sistema bipolare pluripartitico, l’apparato del PD era tuttavia fiducioso che – complice anche un sistema elettorale bene accetto, ancorché esecrato a parole – la sua frantumazione in un quadripolarismo policentrico, in presenza di una possibile migliore compatibilità delle forze politiche intermedie, consentisse una migliore governabilità del Paese; laddove le espressioni politiche costituenti le estreme, votate l’una ad una difesa ad oltranza di un leader impresentabile e screditato l’altra ad una protesta moraleggiante velleitaria ed inconcludente, si sarebbero prima marginalizzate e poi consunte da sole.
Una siffatta proiezione non aveva tuttavia fatto i conti con il malessere di un popolo esacerbato, sul quale un ventennio di berlusconismo ha inciso o esaltandone le spinte egoistiche e privandolo di ogni senso di solidarietà sociale o suscitandone sentimenti di rigetto nei confronti della classe politica e caricandolo di odio anticasta; malessere che è esploso al di là delle previsioni e dei sondaggi, limitando gli spazi di consenso delle forze intermedie, compressi dagli ammiccamenti populistici verso interessi corporativi spesso in contrasto con i principi di legalità disgiunti da una valutazione complessiva di quelli generali (PdL) ovvero dalla esecrazione della alterità del ceto politico, le cui ruberie ed i cui sprechi si sono fatti apparire nell’immaginario collettivo non come una ignobile acquisizione di privilegi in assenza della benché minima attenzione ai problemi di una società impoverita ma come la causa stessa dell’impoverimento (5 stelle).
L’inopinato risultato elettorale, che ha scompaginato ogni piano pregresso, ha determinato quale primo impatto comportamenti schizofrenici nei partiti già egemoni. Il PdL, privo di referenti ideali, vive con sofferenza la sua emarginazione restando incapace di costruirsi uno spessore politico per essersi ridotto al ruolo di partito ad personam, e non trova di meglio che asserragliarsi intorno al suo leader con comportamenti discutibili se non eversivi; il compassato Monti accantona la conclamata sobrietà proponendosi per cariche istituzionali quale unto del Signore, facendosi trattare dagli indiani da Pinocchio pur essendo più confacente al suo stile l’esempio di Attilio Regolo; il Pd, almeno finora, insiste per ottenere l’incarico di formare un governo senza il PdL in testa a Bersani, pur essendo del tutto evidente che una siffatta compagine potrebbe formarsi solo con l’appoggio del PdL; i grillini affermano di voler rivoltare le Camere come un calzino, ma il suo leader impone comportamenti che, ove posti in essere, porterebbero difilati al suo scioglimento.
Nonostante tanta confusione ho sempre pensato che stavano maturando i tempi perché la voce della ragione potesse imporsi e che queste Camere, essendo nella loro composizione complessiva migliori di quelle che hanno attestato con convinzione che Ruby era la nipote di Mubarak, potessero prendere atto della necessità di un avvicinamento del paese legale dei governanti al paese reale dei cittadini. Così è stato, e ne è riprova la nomina a Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica di due autorevoli esponenti delle istituzioni, parlamentari di prima nomina ed estranei alla politica militante.
Se questo è un buon auspicio, non va sottaciuto che tanto non sarebbe mai potuto accadere se fosse mancata l’affermazione elettorale del Movimento 5 Stelle. In diversa ipotesi la nomenclatura si sarebbe imposta e lo stesso Bersani non avrebbe preso atto in maniera così forte che insistere con l’autoreferenzialità rappresentava un suicidio per il suo partito d’appartenenza. Ma nemmeno va sottaciuto il dilemma che si è posto ai neosenatori del Movimento: votare Grasso per Presidente del Senato o rischiare una vittoria del Presidente uscente Schifani? In altri termini, votare per un Presidente da ritenersi gradito al proprio popolo abbandonando il volontario Aventino o non votare restando duri e puri ma consentendo probabilmente una nomina ad esso sgradita?
La votazione di Grasso da parte di un cospicuo numero di senatori del Movimento 5 stelle è sintomatica del dramma di un partito disideologizzato: lo spirito di servizio è una precondizione per una corretta gestione del potere, ma non può essere confuso con i principi che ne caratterizzano le modalità. Ora sappiamo che, misurandosi con la concretezza dell’azione politica, parte dei senatori di quel movimento si è dovuta rendere conto della diversità di tali concetti; altri ne verranno, sol che la nomenclatura faccia ulteriori doverosi passi indietro. Non è facile, ma si può e lo richiede il Paese: non solo il quarto dei votanti del Movimento 5 Stelle, ma buona parte di quel 35% dei cittadini che non ha esercitato il diritto di voto. E se tanto si realizza, c’è spazio per sperare.

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