Noterella a conclusione della campagna elettorale 2013. Anche se le preoccupazioni sono tante, sono tuttavia persuaso che dalle urne uscirà un Parlamento migliore dell’attuale e capace di dare una svolta significativamente positiva.

Con umiltà ostentata e presumibilmente con spirito sarcastico qualcuno mi ha chiesto da quale baratro il premier Monti abbia salvato l’Italia; a costui voglio solo recuperare la memoria dei giorni non troppo lontani immediatamente antecedenti la sua concitata ascesa alla posizione di vertice nel governo. Giorni vissuti col terrore di dover dichiarare il default per non trovare chi continuasse a darci una temporanea boccata d’ossigeno finanziando l’enorme debito pubblico e con esso la liquidità necessaria per poter assicurare il funzionamento della struttura statale e pagare stipendi e pensioni; giorni nei quali “per senso di responsabilità” il governo Berlusconi si affrettò a gettare la spugna, pur senza essere stato sfiduciato, nonostante solo poco prima si fosse attivato nella campagna acquisti di parlamentari “responsabili” per rimanere in sella; giorni nei quali la principale forza d’opposizione, terrorizzata al pensiero di dover imporre in prima persona un regime di lacrime e sangue, ostentando un pari “senso di responsabilità”, rinunciò ad una facile vittoria elettorale. Una maggioranza bulgara delegò allora al governo Monti scelte impopolari quanto inevitabili, talora inique come sempre accade quando si agisce sotto la pressione degli eventi; ed al tempo stesso, non potendo fare altrimenti, le avallò ma facendo di tutto per non darne l’impressione, comunicando all’esterno la sensazione di dover assecondare un premier taumaturgo per il perseguimento del bene comune, ma badando bene – una volta raggiunto il risultato minimale dello scampato pericolo imminente – di dissociarsi e di boicottarne le spinte riformatrici orientate all’equità e allo sviluppo allorquando avessero potuto incidere sulle innumerevoli incrostazioni parassitarie dei loro sodali, nonostante costituissero lacci e laccioli che opprimono l’economia del paese e favoriscono la creazione di anomale disuguaglianze sociali.
A Monti va attribuito il grandissimo merito di aver ridato dignità e credibilità internazionale all’Italia, e di aver contribuito a rendere meno tempestosi i mercati ed a salvare la moneta europea, scongiurando il pericolo che essa fosse travolta dal crollo della fiducia nell’Italia con effetti inimmaginabili: prova ne è che i leaders politici italiani credibili, quando fuoriescono dai confini nazionali, lo esibiscono come un santino per darsi una migliore immagine ed accreditarsi positivamente con i loro interlocutori e, di contro, che quando i nostri leaders screditati sembrano acquisire una rinnovata popolarità all’interno del territorio nazionale, si ha immediata la sensazione che il terrore pervada i mercati e le Cancellerie. Tanto si è potuto verificare per essersi il professore esposto volutamente sul piano interno al triste destino del grillo parlante, avendo scientemente assunto decisioni impopolari che lo hanno caricato di critiche e malevolenze che più correttamente dovrebbero rivolgersi a chi ha procurato la deriva; epperò, per onestà intellettuale, nemmeno va sottaciuto come egli non sia esente da mende, non tanto e non solo per non aver fatto pesare adeguatamente la sua autorevolezza nell’imporre un’adeguata ed equa politica riformatrice, ma soprattutto essendosi avvalso di ministri investiti di notevoli poteri e responsabilità personali nello stesso ambiente che avrebbero dovuto riformare.
Anche se le preoccupazioni sono tante, sono tuttavia persuaso che dalle urne uscirà un Parlamento migliore dell’attuale e capace di dare una svolta significativamente positiva. Non solo e non tanto perché abbiamo nel quinquennio passato davvero toccato il fondo, quanto perché la probabile trasversalità delle forze di governo potrà rispondere a sollecitazioni più omogenee e maggioritarie nel Paese che non in questo ventennio di bipolarismo di disomogenei gruppi antagonisti, incapaci di garantire quella stabilità nel reggimento delle istituzioni che la prima repubblica assicurò per oltre un trentennio, pur nella frequenza di rimpasti ministeriali; ed anche perché la numerosa presenza di esponenti di un soggetto politico senza storia e senza retaggi ideologici, svincolati dagli apparati e dalle lobbies e legati dal solo collante moralistico ed anticasta, nel mentre dovrà nella concretezza dell’azione quotidiana misurarsi con una realtà sdoganata dagli slogan, orienterà necessariamente l’attività parlamentare verso scelte anticorporative sicuramente benefiche. E, paradossalmente, forme collaborative inedite ed oggi impensabili potranno essere possibili.
C’è ancora spazio per sperare; sicuramente, oggi più di ieri.

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