Non c’è niente da aggiungere. “E’ tutto”, diceva licenziando la sua segretaria personale la mitica Miranda ne “Il diavolo veste Prada”. “E’ tutto” ancora prima di cominciare a raccontare i fatti. Difficile il mestiere di cronista di questi tempi pieni di volenterose accompagnatrici, litigi tra alleati, influenze che sembravano brutali e che invece sembrano normali, e scuole che riaprono con gli eterni problemi dell’educazione moderna. Se davvero i titoli dei giornali rispecchiassero la vita del nostro popolo italiano il mio amico Hans di Copenhagen penserebbe che siamo schizofrenici noi italiani. Prima apriamo telegiornali, giornali facciamo inchieste sull’attesa della pandemia dell’influenza suina raccontando dei milioni di vaccini da preparare e delle scorte da custodire, interviste a virologi e assessori, speciali su come non baciarsi e lavarsi le mani e poi scopriamo che il virus è meno pericoloso e che la vera influenza l’hanno fatta i titoli. E fra dieci giorni scopriremo che sarò di nuovo pericoloso e tireremo fuori le vecchie inchieste. Popolo straordinario che vive di giorno dimenticando quel che ha fatto la notte. Si stropicciava gli occhi il mio amico Marco studente in medicina alla vista dell’ennesimo titolo.”Ma come fate voi giornalisti ad essere così superficiali. Descrivete come una pandemia una influenza che in realtà è solo uno dei tanti ceppi e finora ha fatto meno morti dell’altra” Eh vecchio problema della notizia più o meno vera e del clamore che fa. Vecchio problema del rumore dell’informazione. Fa più chiasso un albero solo che cade di una foresta che cresce . E il titolo è sull’albero. Ma sulla vicenda influenza abbiamo rischiato di creare la psicosi. Sarà perché per giorni era l’argomento più popolare o perché non c’erano sciagure diversamente abili ma davvero è stata una settimana da inferno. Corse e rincorse a vedere come reagiscono i singoli pazienti, attenzioni scrupolose e quasi morbose sulla reattività di questo o di quel ricoverato, rischio di paralisi delle scuola per non fare incontrare potenziali vettori, addirittura circolari e direttive sugli abbracci e sui baci. Avanti di questo passo cambiamo anche abitudini costumi e modi, e pure i marchi, la psicosi da influenza faceva vacillare pure baci & abbracci. Corsa ai detergenti e disinfettanti per la mani e per la bocca, sussulti ad ogni stormir di fronda sanitaria su quell’ospedale e su quell’altro che hanno accolto malati di influenza. E poi il colmo con l’episodio del funerale del presunto appestato. “Ma poveretto, mi dice Marco, quello aveva una quantità industriale di altre patologie che sarebbe probabilmente morto anche per uno starnuto più forte”. Che popolo straordinario che ha la capacità di allarmarsi senza preoccuparsi e di entusiasmarsi subito dopo senza interessarsi del tutto, una sorte a di sano distacco sia dal bene che dal male, per vivere in una decorsa discreta mediocrità. Ci allarmiamo per una influenza che non conosciamo e non facciamo niente per una emergenza che abbiamo in casa, la “nientite” delle nuove generazioni. Voglia di niente e solo di apparire. Giochi alle consolle, destinazione birra, rick lontano e giochi di guerra on line. Almeno imparano la storia. Sentita: “Ho 12 anni faccio al cubista mi chiamano principessa, che voglio di più?. Magari studiare? Ma noi alle domande diamo le risposte più comode. Pandemia suina? “Eh pazienza, vedremo”. “Milioni di disoccupati? “Speriamo in san Gennaro, che tanto, non si può baciare”. Crisi del mutuo? “Risolviamo affittando pezzi di casa agli studenti”. Popolo straordinario eh caro Hans, hai voglia a stare a Copenhagen e passeggiare per i vialetti del Tivoli, qui mica si scherza, qui lo starnuto fatto bene vale oro.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

Lascia un commento