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Politica e pensioni, le due facce di un unico sistema

I costi della “politica”, di poco più degli ultimi vent’anni scaricati su un’intera generazione e oltre, quella dei “millennials” che più ha ereditato e più eredita la misura di un debito pubblico ancora crescente.

di Angelo Giubileo | 11 Settembre 2017

Il cantiere delle pensioni è ancora apertissimo. Infatti, nonostante il decreto del Governo firmato dal Presidente del Consiglio lunedì scorso, e quindi ancora in attesa di registrazione e conseguente pubblicazione sulla G.U., ciò che tuttavia più rileva è il fatto che non siano ancora chiari per il lavoratore i costi delle operazioni legate all’esercizio volontario dell’APE (o anticipo pensionistico). In ragione del fatto che mancano le convenzioni con le banche e assicurazioni che dovranno garantire a ogni lavoratore esercente l’opzione la somma anticipata della pensione, che sarà corrisposta in forma di prestito.

Pertanto, una prima considerazione, a oggi, è: ogni scelta di anticipo volontario costituisce un azzardo, rispetto anche ad altri parametri, viceversa già previsti dal decreto, che a conti fatti già penalizzano, e non poco, l’eventuale opzione del lavoratore (cfr.http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-09-10/pensioni-cosi-detrazione-taglia-costi-dell-ape-130641.shtml?uuid=AEDp8QQC). Al di là dei conti – che proporremo eventualmente dopo l’adozione delle modalità e dei termini di cui alle convenzioni suddette – interessa qui tuttavia svolgere subito un’altra breve considerazione “politica” di analisi dei costi che, lo ripetiamo ancora una volta, devono ancora essere definiti.

I costi delle riforme delle pensioni, supportati maggiormente negli ultimi anni della crisi economica e finanziaria, decorrono in vero dalla Riforma Dini n. 335 del 1995, che non ebbe il coraggio o meglio la forza di colpire i “retributivi” – e cioè tutti i lavoratori in possesso di almeno 18 anni di contributi al 31/12/1995 – e si abbattè invece su tutti gli altri: “misti” (con un’anzianità contributiva inferiore ai 18 anni di contributi al 31/12/1995) e soprattutto “contributivi” (con nessuna anzianità contributiva al 31/12/1995). Le ultime manovre di riforma, e in particolare la legge Fornero n. 214 del 2011, – essenzialmente manovre di correzione dei conti pubblici, che costituiscono la garanzia e il sostegno di un sistema di welfare quale quello attuale – continuano a perseguire la stessa via allora tracciata.

Dato che per i “retributivi” l’anzianità massima computabile a fini di pensione è pari a 40 anni di contributi, un lavoratore che oggi decida di andare in pensione esercitando il proprio diritto all’APE, per legge dovrebbe possedere un’età anagrafica di almeno 63 anni e un’anzianità contributiva di almeno 20 anni; a oggi (01/05/2017, data di decorrenza retroattiva del diritto all’APE), dovrebbe cioè essere nato tra l’1/12/1950 e l’1.5.1954. Inoltre – considerato che se avesse 18 anni di contributi al 31.12.1995 sarebbe un “retributivo” e quindi avrebbe in pratica già maturato l’anzianità utile per andare in pensione senza ricorrere all’APE -, ne consegue che: anche la misura dell’APE, così come studiata, scaricherebbe in pratica i costi del sistema attuale di welfare sui “misti”, cioè sulla generazione dei lavoratori – a voler semplificare ma niente affatto banalizzare – cosiddetti “baby boomers”. E cioè: tutti coloro che sono nati nel periodo del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta.

Conclusione: i costi della “politica”, di poco più degli ultimi vent’anni (altro che crisi finanziaria del 2008!), scaricati su un’intera generazione e oltre, quella dei “millennials” che più ha ereditato e più eredita la misura di un debito pubblico ancora crescente. A esclusivo vantaggio della generazione precedente. Ovvero, la generazione che è stata anche quella dei “Sessantottini”.                                                                    

Angelo Giubileo

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: 2011, anni, banche, conti, conti pubblici, costi, crisi, crisi economica, crisi finanziaria, debito pubblico, dini, finanziaria, fini, governo, nato, pensione, pensioni, presidente del consiglio, riforme, sostegno

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

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