Secondo De Rita il tentativo, da noi iniziato nel corso degli stessi anni Ottanta, di “immettere nelle linee di partito esponenti di rilievo dell’economia e della società” è forse giunto al termine.

Giovedì scorso, dal fondo di prima pagina del Corriere della sera, Giuseppe De Rita ci avverte che il tentativo, da noi iniziato nel corso degli stessi anni Ottanta, di “immettere nelle linee di partito esponenti di rilievo dell’economia e della società” è forse giunto al termine e, con esso, “sembra la trentennale stagione della società civile inverata nella politica”.
In Italia, avremmo quindi vissuto innanzitutto un esempio di trasformazione della politica e della società in chiara ed evidente controtendenza rispetto ai processi in atto in paesi come ad esempio l’Inghilterra di fine secolo scorso. Questo paese, come tanti altri, che vivono invece da protagonisti la feconda epoca attuale di globalizzazione economica e sociale. Inoltre, si è trattato nel nostro paese di un’iniziativa di “meticciamento fra i due mondi” avviata “con gli esterni della Dc demitiana e gli indipendenti di sinistra nel Partito comunista”, di cui, secondo De Rita, è bene ricordare “Andreatta, Lipari, Scoppola, Ruffilli, Ossicini, Napoleoni, ecc.”. E poi, evidenzio e sottolineo, più nessun altro. Nessuno e più nessun’altra esperienza politica, economica e sociale da valorizzare. Semplicemente, avremmo vissuto circa trent’anni di assenza, di vuota separazione rispetto ai tempi “in cui vivacchia oggi il rapporto fra politica e società civile”. Un’esperienza lunga tutta la cosiddetta Seconda Repubblica, e per un tempo aggiuntivo, che ne prefigurava già la crisi, con l’avvento dell’era craxiana: ma questo è quel che dico io, immaginando che lo pensi De Rita e i tanti nostalgici come lui della Prima Repubblica e non solo. E quindi: niente!, piuttosto che le conseguenze, dirette e indirette, della fine della politica dei due blocchi imperialisti dell’Est sovietico e dell’Ovest statunitense, dell’avvento della globalizzazione sociale, economica e finanziaria, culminato nella cosiddetta “società dei consumi”, dell’Unione Europea e dell’ascesa nello scacchiere internazionale di potenze quali il Brasile, l’India, la Cina, ecc.
Ma ora, giunti al punto in cui siamo, come la mettiamo? Sarebbe bene, conclude il presidente del CENSIS, che sia la politica che la società civile si rendano ciascuna di per sé autonome l’una dall’altra, in modo che “ognuno dei due mondi torni a riprendere la propria orgogliosa via di sviluppo”. Tutt’altro che invitare la gente alla partecipazione politica, quella stessa gente a cui la Thatcher, nel prosieguo dell’affermazione iniziale, si rivolgeva sottolineando che “nessun governo può far nulla se non attraverso la gente e la gente per prima cosa deve pensare a se stessa”. E, infine, concludere: “è nostro dovere badare a noi stessi e poi badare agli altri”. Davvero non c’è che dire, proprio due mondi diversi.

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