L’antipolitica in realtà non è l’antitesi della politica ma di un certo modo di fare politica.

Vorrei sistemare, sul punto, alcune riflessioni:
- l’antipolitica in realtà non è l’antitesi della politica ma di un certo modo di fare politica;
- l’antipolitica non è un fenomeno uniforme; schematicamente, una è quella progettata e agitata come un vessillo dai politici, che in realtà – a ben guardare – è strettamente funzionale ad una linea di accaparramento del consenso e della rappresentanza, dunque alla politica stessa; altra è quella dei cittadini, della gente comune, che covano, spesso anche inconsapevolmente, il semplice desiderio di un forte arretramento, di un passo indietro della politica, non di un suo annichilimento; e la rabbia con cui accompagnano questo desiderio è spesso dovuta alla confusione e allo spaesamento, alla condizione in cui il malfunzionamento, la spoliazione del Paese e l’allegro sperpero di denari pubblici sono speculari alla difficoltà, alle costrizioni di un numero crescente di persone e di famiglie; non v’è chi non veda come, d’altronde, anche questo desiderio di arretramento sia espressione di un’istanza autenticamente ‘politica’;
- in realtà la costruzione di una politica ‘respirabile’, almeno in Italia, deve essere oggetto di uno sforzo di tutti, di matrice anzitutto culturale, a partire proprio da noi, semplici cittadini. Scrive Marco Simoni sulle odierne pagine de Il Sole 24 Ore: “Io credo che le radici, da estirpare, dell’antipolitica si trovino nell’organizzazione della nostra economia e nel suo rapporto con i poteri pubblici.” Sono d’accordo, ciò che non mi convince nell’ulteriore sviluppo dell’analisi di Simoni è l’idea che questo arretramento della politica possa essere ottenuto a prescindere dalla proprietà pubblica o privata di beni e funzioni. Quegli scrive: “Si può anche decidere che la proprietà di alcune aziende debba rimanere pubblica, ma si deve allo stesso tempo sottrarre ai partiti la capacità di nominarne i vertici.” Dovrebbe dunque spiegare come sia possibile sottrarre, in tal caso, le nomine alla sfera di influenza, ancorché indiretta, della politica. Voi conoscete questa improbabile alchimia?
- se “la pervasività della politica, ingiustificata e pertanto incomprensibile al cittadino comune, è all’origine dei sentimenti antipolitici perché traccia una strada irresponsabile e altamente inefficiente allo sviluppo economico”, c’è un solo criterio per rimediare: sottrarre definitivamente alla sfera pubblica – quindi alla politica – una serie di beni e di funzioni;
- come dimostra la storia dell’umanità, è ingannevole e fuorviante ogni e qualsiasi teoria che punti alla formazione (di un o) dell’“uomo nuovo”. L’uomo è e resta invariabilmente uguale a se stesso, pur nel muovere della storia. Del resto, citando il famoso detto popolare, non è “l’occasione che fa l’uomo ladro”?. Questo non significa che tutti gli uomini siano alieni o refrattari alla virtù, indica semplicemente che le regole debbono essere concepite e applicate a misura dell’uomo peggiore, del criminale, esse cioè debbono internalizzare un parametro di sfiducia ontologica, di radicale disconoscimento della virtù. E’ la sfiducia a dover guidare la scelta di un legislatore costituente, quando vada ad immaginare il rapporto tra i singoli e lo Stato, tra i cittadini e i poteri pubblici. E’ la sfiducia, per conseguenza, a doversi iniettare e incardinare quale meta-parametro nella stesura delle leggi ordinarie, in tutte le scelte ove siano implicati o impliciti il drenaggio di risorse dai contribuenti e l’utilizzazione di risorse con ciò divenute pubbliche. Essa è, come la paura, un sentimento benefico, da utilizzare e giammai da respingere. Anche nelle transazioni tra privati, del resto, è costei a farla da padrona: altrimenti si dovrebbe spiegare per quale motivo si ricorra puntualmente alla redazione e alla stipula dei contratti.
Se è vero quanto sopra, dunque, intanto politica e antipolitica esprimono una contrapposizione apparente, nominale. La considerazione importante però, e urgente, che ne deriva è di nuovo e sempre la stessa: per fare una politica ‘nuova’, non esistono uomini nuovi e perfetti, occorrono semplicemente regole inedite, almeno per il nostro Paese, che circoscrivano in modo rigoroso le funzioni pubbliche e la ‘libertà’ della politica. Un po’ come in un condominio, dove i contributi sono sempre da limitare rigorosamente alla manutenzione delle parti comuni, non è mai da conferire carta bianca ad alcuno ed è sempre consigliabile discutere i preventivi e controllare dappresso i rendiconti.

in grassetto è giustamente evidenzaita la regola di buon senso, da applicare estensivamente