Nei tempi ormai lontanissimi della nostra adolescenza, persi nelle nebbie sempre più sfumate dal ricordo tanto da farci dubitare di essere state proprio noi quelle ragazzine che, a 14 anni, hanno fatto la fila davanti al cinema per vedere Grease – rigorosamente di pomeriggio, chè allora funzionava così, eppure siamo sopravvissute ugualmente a genitori che pretendevano di darci degli orari e persino, orrore, di avere ragione – è scolpito una sorta di manifesto che ha segnato la nostra ingenua giovinezza. Quando ancora credevamo che l’amore esistesse ma, soprattutto, che avesse ragione padre Dante a dire “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, indicandoci la via al senso della vita ed alla sua pienezza – insomma, subito prima che il bastardo della terza B ci spezzasse il cuore per la prima volta – il manifesto de Il tempo delle mele, fuori dai cinema, sembrava una promessa. Di cosa? Di tutto. Di sogni, di speranze che era giusto coltivare, di fiducia in un mondo pieno di colori, di aspettativa nei confronti di un sentimento pulito, vero, romantico – soprattutto romantico – che ci riempisse il cuore. Sulla perversione del senso del romantico nell’adolescenza, e sulla ancor più truce efferatezza di chi lo coltiva con una campagna di marketing ad hoc, ci sarebbe da scrivere un trattato: intere generazioni di adolescenti sono state rovinate dai creatori di simili assurde balordaggini, pagate a carissimo prezzo al primo scontro frontale con la realtà della vita, ma tant’è, anche noi siamo state ragazzine e ci siamo cascate in pieno. I due ragazzi sul manifesto del film ci somigliavano tanto, lei era spiritosa e trendy come le ragazze degli anni Ottanta, lui aveva gli stessi occhi azzurri del nostro primo amore: come non identificarsi in loro?! Come non riconoscersi nella loro vita, così simile alla nostra: il liceo, le interrogazioni, lo studio con la radio accesa e la mamma che ti dice: ma come puoi studiare con la musica a tutto volume?! E poi l’appuntamento più importante: le feste del sabato sera, attese per tutta la settimana, sognate e qualche volta odiate, discusse e sviscerate con l’amica del cuore, studiate come una battaglia: come mi vesto, come mi trucco, e lui ci sarà?! E poi la musica, che di colpo si smorza e fluisce nel momento più emozionante: un “lento” da ballare abbracciati, mentre il cuore ti batte a mille ed hai paura che si senta, e pensi: sì, potrei morire felice perché questo è il momento più romantico della mia vita. E invece no, non muori lì abbracciata al tuo primo amore – per fortuna – ma di contro sopravvivi abbastanza per vedere la fine di ogni illusione; il romanticismo che viene relegato all’industria di San Valentino, e l’amore che viene delegato all’industria dei divorzi. Si cresce, si perde e ci si perde, il ricordo di certe illusioni giovanili diventa una sorta di madeleine proustiana da assaporare con tenerezza e disincanto in qualche serata tra amiche, quando capita di raccontarsi come eravamo, oppure un’emozione acuta che punge ancora il cuore, quando una vecchia canzone torna inaspettatamente a sfiorarci dal passato remoto dove era stata relegata ed ha lo sciocco potere di commuoverci ancora. Piccolezze che concediamo a noi stesse, alla memoria di ciò che siamo state, alla non sempre serena consapevolezza di ciò che invece siamo oggi.
Ma la vita qualche volta si diverte a confonderci, ad annullare il tempo, a farlo scomparire all’improvviso quando meno te lo aspetti, a creare una magia brevissima, rarefatta, un’illusione lievissima che vola in un attimo ma ti lascia un dono prezioso. Un dejavù vissuto ad occhi aperti, ma inatteso e dunque sconvolgente, seppure destinato a durare il tempo di una canzone. Succede di rivivere la stessa atmosfera: una serata da “vecchie” ragazze che si truccano e si vestono ridendo e prendendosi in giro, ed escono di casa sui tacchi alti con la fiducia del tempo che fu. Una festa, naturalmente, tanta gente, il solito piccolo mondo, e qualcuno di inatteso. Il riconoscersi, è già stato – il dirselo, può accadere. Il sapere che è solo un sogno di una sera, fa male con dolcezza, come un dolore buono che ormai hai imparato a riconoscere ed è quasi un vecchio amico che torna a trovarti sapendo che, comunque, lo accetterai. Ma poi la musica si smorza, ed inatteso, come un fantasma di un tempo lontano, si ripresenta un lento. Il tempo delle mele mature ha una dolcezza acre che domani pagherai. Ma stasera, il sogno è ancora mio.
La versione maschile
E’una vita che non ballo un lento, vuoi farlo con me?
E questa volta, anche solo per i tre minuti di una canzone, un uomo ed una donna possono essere uguali.
Chi.Bo

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