Questa frase Vincino la mette in bocca ad un ipotetico personaggio nelle vesti lacere di un barbone alcolizzato che racconta le sue sventure. E si sa che gli autori satirici riescono spesso a riassumere in una sola vignetta i contenuti di tutto un articolo. L’immagine stride un po’ con l’opinione comune che vuole l’attuale presidente del consiglio forte e potente come non mai, avviato, con resistibile ascesa, ad ottenere non tanto applausi, ma consensi, non ad una politica, ma ad un modo di essere, di presentarsi, in fin dei conti di farsi accettare.
C’è da riflettere però su un consenso che non trova le sue motivazioni sul riconoscimento di caratteri politici, ma che, soprattutto per quanto riguarda il premier, si regge preferibilmente sull’immagine e quindi, tutto sommato, sull’effimero. E’ vero che attorno a lui si manifestano iniziative governative che affrontano alcuni temi all’ordine del giorno del paese, come la scuola, l’immigrazione, il pubblico impiego e in questi giorni le politiche di welfare, ma lo fanno con alterna fortuna e certo non sono temi su cui il confronto possa essere così pacifico da creare quel consenso generalizzato e un po’ acritico di cui finora è stato gratificato il leader. Del resto lo stesso modo di affrontare i riflessi interni della crisi economica internazionale è di troppa difficile comprensione per il grande pubblico e quindi anche l’operato del ministro Tremonti non può essere considerato fattore di adesioni politiche.
Pare che attorno a Berlusconi o nelle immediate vicinanze si comincino a cogliere i limiti della situazione. Non a caso sono in atto tentativi di dare una sistemazione politica alla maggioranza folleggiante. Fini ad esempio, sia pur con le riserve che gli derivano dalla carica istituzionale, ma anche valendosi delle prerogative che la carica stessa gli offre, lancia messaggi per il recupero della politica e tenta di infondere alcuni contenuti all’area del conservatorismo democratico che ora sembra essere il suo punto d’approdo.
Ma altrettanto accade al di fuori della maggioranza, per i tentativi di ancoraggio al centro, da più parte reiterati. Sorvolando su chi già si è dato da fare per mettere il cappello su quell’area, la corsa al centro di larghi settori del partito democratico è impressionante e non solo da parte di coloro che fanno riferimento a Rutelli, ma anche dell’ala liberal del partito che si scopre sempre meno liberal. E anche la componente dalemiana parla ormai in termini di ricreare una sinistra che scopre però la necessità di un’alleanza col centro. Tutto questo può anche impressionare qualcuno, ma è il segno che si è aperta la corsa alla sostituzione del capo, anche se non è prevedibile quando questa sostituzione possa avvenire e come possa avvenire, se cioè da parte di un rivolgimento all’interno della maggioranza o preparando, per le prossime elezioni, un’alternativa più credibile e governabile dell’ammucchiata prodiana.
In questo processo però non si vede una ricerca per definire uno spazio di sinistra, autonoma in quanto tale e in grado di porsi come punto di riferimento, anche nei confronti dell’apporto di eventuali e sicuramente necessarie alleanze. Così, quando si offuscherà la politica dell’immagine non vi sarà dall’altra parte una politica, neppure in immagine, che possa aspirare a riempire il vuoto. Prova ne è che proprio in questi giorni esponenti dell’ala liberal come Salvati fanno le bucce alla socialdemocrazia, che nella sua applicazione keynesiana “è stata una grande stagione della sinistra, che però non è destinata a ritornare”. Peccato, perché da noi, in Italia, anche per il prevalere del patto non scritto di potere cattocomunista [stavolta da evocare a proposito], questa grande stagione non c’è stato concesso di viverla, neppure per un po’.
Silla Cellino

Lascia un commento