
E sono 3. Tre anni “uno”, tre anni di inizio decennio che, molto più degli altri, ce la stanno facendo pagare. Ci hanno fatto cambiare vita e modo di pensare. Ci hanno fatto diventare più poveri e più insicuri. E’ la maledizione degli anni “uno”. Nel 1991, proprio ai primi mesi di quell’anno, l’inizio della prima Guerra del Golfo che ha rivoluzionato, destabilizzando mezzo mondo, l’intero quadrante medio orientale. Nel 2001 l’attacco alle Torri Gemelle, e quindi il colpo al cuore dell’America e dell’Occidente, con relativa immediata strategia mondiale di caccia alle centrali del terrore, Afganistan in testa, che ha cambiato le relazioni di tre quarti del mondo. Basti pensare al modo di viaggiare. Nel 2011, oggi, ultimi scampoli di questo primo anno del secondo decennio, che ci sta facendo vivere la crisi di passaggio sicuramente più profonda dall’ultima guerra mondiale, perché cambiano insieme regole economiche, canoni sociali, percezioni morali, legittimità giuridiche. Ingenuamente si sente dire: “siamo alla frutta, ma la crisi vera deve ancora venire”. In realtà più che crisi è tutta un’altra fase, senza più paradigmi, senza più certezze. Sui cicli di vita, sulle responsabilità delle classi, sul ruolo dei poteri politici, religiosi, sociali, economici, finanziari. La stessa parola “crisi” è inadeguata. Non disegna e non racconta più le dimensioni e la profondità del passaggio. La maledizione degli anni “uno”, dunque. E pensare che alla fine degli anni Ottanta ci stavamo quasi annoiando. Cadeva il Muro di Berlino, cadevano le dittature comuniste, cadevano gli steccati Est Ovest, certo rimanevano i “divari” Nord Sud (non solo d’Italia ma del mondo) , Africa ed Europa così vicine e così lontane e qualcuno si spingeva a dire, con Francis Fukuyama, che la storia per come l’avevamo intesa nella successione di conflitti e tregue forse stava per finire. Era finita la Storia. Così non fu, e anzi ci furono le immediate vendette della storia. Alcuni ex studenti hanno scovato in youtube un Tg1 del 1991 (http://www.youtube.com/watch?v=c61FBufsqcQ&feature=share) in cui da conduttore di Tg1 Mattina annunciavo il primo servizio di Fabrizio Del Noce sulla scadenza dell’ultimatum di Bush a Saddam. “Il dado è tratto” diceva Del Noce annunciando che a Bagdad in attesa delle bombe, sarebbero rimasti pochi giornalisti occidentali. Paure mondiali, all’epoca, di rimanere senza petrolio e benzina, di missili ai confini e accaparramenti ai supermercati. Andò come andò e tra un ciuffo biondo, ormai svanito e una giacca cammello che faceva moda, ci inoltrammo negli anni di fine secolo che da noi in Italia presero la piega del cambiamento politico maggioritario e bipolare con tutto quello che ne conseguì. Fuori confine: rivoluzione delle economie, riaggregazione di e disgregazione di nazioni e territori (pensiamo al Balcani) con due costanti pressoché eterne: l’Europa sempre più allargata ma mai concepita come una vera Unione, coesa di politiche e di scelte, e gli scontri in Medio Oriente, uno scacchiere nel quale si giocano gli equilibri dei poteri del mondo, anche lontano. La debolezza dell’Europa e le mancate strategie di sostegno alle economie regionali, che si capiva bene già dieci anni fa, non sarebbero riuscite a sostenere l’Euro, ci hanno portato all’ultima maledizione dell’anno 2011, dove tutti sembrano dire “beh o la va o la spacca”. In attesa del 2021. Se non sarà già rotto tutto.

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