Ancora un “tutto esaurito” premia il teatro Verdi di Pisa e il suo direttore artistico, Marcello Lippi che ha presentato, nel cartellone lirico 2013/14, Carmen, assente dai teatri toscani da ben undici anni, nel nuovo allestimento del teatro Goldoni di Livorno coprodotto con il teatro di Pisa e di Lucca con la collaborazione del teatro della Fortuna di Fano.
La celeberrima opera in quattro atti su libretto di Hanri Meilhac e Ludovic Halèvy, tratto dall’omonima novella di Prosper Mèrimés, musicata da Georges Bizet che non ne vide la rappresentazione avvenuta il 3 marzo 1975, tre mesi dopo la sua morte, è stata “letta” in un’ atemporalità suggestiva ed efficace dal regista Francesco Esposito che, asciugando ogni elemento che potesse in qualche modo distrarre dal cuore dell’opera, ovvero dalla sua protagonista, ha dato spazio a quella figura femminile non “soggetto” del desiderio ma “oggetto” dello stesso.
“Carmen – ci dice Francesco Esposito – la immagino come un matador convinto di essere al centro dell’attenzione della platea, desiderosa di mostrare, di essere, di apparire, quasi come fosse alla ricerca di una forsennata vendetta, con l’istinto incontrollabile della libertà ma anche decisamente metodica e disciplinata. José, invece, è un toro intontito da matare, l’uomo che distrugge la sua vita come accecato dalla muleta rossa o abbagliato da un carattere nuovo di una donna, in qualche modo, speciale”
In questo senso, scene e costumi, rispettivamente di Nicola Bruschi e delle Fondazioni Teatro Goldoni di Livorno e Teatro Alighieri di Ravenna, su ideazione di Alessandro Lai, concorrono perfettamente in questo disegno svolgendo un ruolo fondamentale ma discreto.
Sul podio, a guidare una eccellente Orchestra della Toscana, il M° Carlo Goldstein, già assistente e collaboratore di Omer Meir Welber, direttore emergente della nuova generazione. La sua “lettura” dell’opera “…Carmen non è come gli altri vorrebbero che fosse, Carmen non fa e non farà quello quello che gli altri si aspettano che faccia; Carmen anzi è un prisma drammatico passando attraverso il quale, tutti gli altri vedranno stravolto il proprio destino…” e la grande attenzione che ha dimostrato non solo ai cantanti ma quasi ad ognuno dei singoli orchestrali chiedendo di mostrare attraverso il proprio, fondamentale contributo quella “magia” che si nasconde nella partitura di Bizet, ha convinto il pubblico che gli ha tributato generosi e meritati applausi lungo tutto il corso dei quattro atti per poi accoglierlo, con una ovazione, sulla ribalta al termine dell’opera.
Non sempre convincente la prestazione del coro Lirico della Toscana, mentre, confermando il trend delle precedenti recite negli altri teatri dove Carmen è stata già rappresentata, davvero positiva quella del coro delle voci bianche della Fondazione Teatro Goldoni di Livorno diretto da Marisol Carballo.
Efficaci e talvolta emozionanti le luci proposte da Bruno Ciulli, indispensabili in quella diversità di atmosfere per rendere le varie e crescenti gradazioni delle passioni che caratterizzano l’opera.
Chi è mancata, e non per difetti vocali (quelli che ci sono stati possono essere ritenuti attribuibili, forse, ad una serata negativa), è stata, almeno per la serata della prima, lei, Carmen, ovvero la mezzosoprano polacca Agata Bienkowska. A tratti ci è sembrato recitasse qualcosa di diverso da ciò che cantava, così priva di quella passione che invece, pur in gradi diversi, pervade l’intera opera. Il glaciale silenzio dopo l’Habanera, ma il generale scarso plauso del pubblico, ne sono evidente testimonianza.
Al contrario, è emersa in tutta la sua bravura vocale e scenica Ilona Mataradze, una Micaela pregevolissima che ha conquistato i presenti riscuotendo un successo grandissimo.
Complessivamente buona anche la performance di Mickael Spadaccini, un tenace Don Josè, grintoso e appassionato ma quasi mai sopra le righe, capace di regalare momenti di grande emozione nell’interpretazione non solo delle sue arie, ma dell’intera opera.
Da grande professionista, ma con scarsa convinzione (forse quell’allestimento minimalista non lo ispirava), Paolo Pecchioli ha dato del suo Escamillo una interpretazione senza infamia né gloria, riscuotendo la sua dose di applausi senza tuttavia conquistare il pubblico.
Pisa si prepara ora ad attendere un’altra grandissima opera, pur se meno rappresentata: il 7 e 9 marzo andrà infatti in scena Andrea Chenier di Umberto Giordano per la regia di Marco Spada e la direzione del M°Elio Orciuolo.
Prima di quella data due importanti appuntamenti: mercoledì 22 gennaio, in prima assoluta, SI CAMMINAVA SULL’ARNO, opera di Marco Simoni su libretto di Fabrizio Altieri per la regia di Lorenzo Maria Mucci; sabato 8 e domenica 9 febbraio LES CONTES D’HOFFMANN DI Jacques Offenbach per la regia di Nicola Zorzi.
Foto: Augusto Bizzi, Livorno





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