
Personalmente lo rivedo di continuo con il movimento del suo braccio. Avanti e indietro, con forza trattenuta, ad accompagnare un’affermazione, un invito, un ragionamento. Non era il gesto del vincitore, di chi apre nuove vie o invoca l’applauso; era piuttosto l’immagine di chi si apre la strada in una foresta colma di pericoli e di incognite o, per uscire di metafora, la rappresentazione visiva della politica come fatica. Ed è una fatica che avvertiva più di ogni altro, ma che faceva parte dell’aria che respiravamo.
Eravamo alla fine degli anni settanta. In un crinale della nostra storia in cui la volontà di cambiare, con le annesse confuse impazienze, era giunta al suo massimo; mentre però si manifestavano, per mille segni, le avvisaglie del Riflusso prossimo venturo. La prima spingeva ancora la sinistra nella direzione di un’azione comune; le seconde accentuavano le naturali tendenze a manifestare ogni possibile diversità. Mentre i disegni politici collettivi, ancora presenti, si misuravano sempre di più con il montare delle resistenze corporative.
E poi c’era l’incubo della violenza, reale, possibile, annunciata. Quello che ci faceva tornare a casa con un sospiro di sollievo nei giorni in cui “non era successo niente”. Quello per cui dovevi confrontarti, in prima persona, con le proteste e le richieste che si manifestavano di continuo. Mentre dovevi testimoniare, con la tua presenza, dei lutti degli anni di piombo.
E c’era, infine, ed era forse la più logorante di tutte, la fatica della politica o, più esattamente, del disegno politico dell’epoca, quello del compromesso storico. Nella Roma di quegli anni, la cosa appariva molto lontana dalle fumisterie ideologiche o, per converso, dagli “abbracci consociativi”. Qui la sinistra era al governo per la prima volta nella storia della Repubblica; ed era portatrice di un grande progetto di inclusione sociale e oggetto di fortissime attese. E però a Roma c’erano stati, e c’erano eccome, anche gli altri:la Chiesa,la Dc, i grandi gruppi privati. E questi allora andavano coinvolti in un disegno che – dalla crescita dell’impegno pubblico nell’istruzione e nell’assistenza a nuove categorie di cittadini alla realizzazione di nuovi quartieri di edilizia popolare sino alla sanatoria delle borgate e al piano paesistico – archeologico – urtava, in modo più o meno consistente con la loro mentalità, le loro pratiche e i loro interessi. E allora si trattava di misurarsi costantemente con loro per acquisire, nella misura del possibile, giorno dopo giorno, problema dopo problema, ogni loro possibile consenso. Anche se ciò poteva significare protrarre all’infinito la discussione di ogni proposta, sino a non realizzarla affatto.
Questa fatica pesava su Petroselli. E tutta intera. Perché l’uomo era, su questo fronte, senza difese. Per la sua totale dedizione al suo ruolo: Roma, i suoi problemi erano l’unico orizzonte; non una tappa che illuminasse suoi futuri “destini nazionali”. Per sua stessa natura duro, sì, ma per passione. Senza disporre dei filtri dell’intellettuale di sinistra, ma anche del cinismo e della superficialità del politicante. E, infine, per il peso immane del ruolo cui doveva sobbarcarsi: “primus inter pares”di una giunta spesso riottosa; punto di riferimento di una maggioranza animata da interessi e da prospettive diverse; leader di un partito – il Pci – che allora era assai “pesante” (nel senso migliore del termine). E questa fatica l’ha ucciso.
Per rendergli omaggio dovremmo, allora, farlo rivivere come era e nel mondo in cui ha vissuto. In questo senso, il trentennale della sua scomparsa rappresentava una importante occasione. E abbiamo la sensazione che questa non sia stata colta sino in fondo.
E non pensiamo tanto alla presenza in Campidoglio di Gianni Letta, oggi grande cerimoniere di ogni possibile evocazione unitaria, allora testimone fortemente ostile delle nostre vicende. Ci preoccupa piuttosto il manifesto affisso a cura del Pd: il volto sofferente di Petroselli con la dicitura “per governare Roma bisogna amarla”. Messa così o è una banalità (stile baci Perugina) o è un salvacondotto politico pressoché universale; simbolo, in ogni caso, dei guasti che un “nuovismo sensibile” ha prodotto in una sinistra, pardon, in un partito democratico, oramai del tutto incapace di guardare al proprio passato, ai suoi drammi e ai suoi conflitti.

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