Forse c’è ancora l’illusione che la politica sia collocata in cima a tutto e che possa controllare e dominare le variabili che si muovono e interagiscono sullo scenario mondiale.

E’ appena finita per Monti una settimana importante, di incontri e riconoscimenti a livello europeo, in vista di decisioni comuni capaci – almeno nelle intenzioni – di dare una svolta a questa interminabile crisi di fiducia. Le aste dei titoli pubblici italiani hanno in qualche caso registrato dei sensibili miglioramenti, anche se il dato è riferito a titoli di breve-medio termine sui quali evidentemente non si scarica il grosso della tensione e dello scetticismo degli investitori.
Dunque resta in ogni caso l’allerta sui titoli decennali e nel frattempo, come una tegola – comunque preannunciata – arriva la notizia del declassamento dell’Italia, insieme a svariati Paesi europei tra cuila Francia, da parte di Standard&Poor’s – stabili restando solo Germania, Olanda, Lussemburgo e pochi altri.
E’ parso un po’ ingenuo il nostro premier quando in settimana ha dichiarato in sostanza che, siccome l’Italia ha fatto i compiti, dunque sarebbe l’ora che il famigerato spread si assottigliasse: se bastasse un suo invito a far cambiare idea agli investitori.. Forse c’è ancora l’illusione che la politica sia collocata in cima a tutto e che possa controllare e dominare le variabili che si muovono e interagiscono sullo scenario mondiale. Ma non è così e Monti lo sa bene. La fiducia non torna a comando e gli investitori – anche se tra essi vi sono quelle banche che una spirale tutto sommato perversa lega agli Stati sovrani – eseguono gli ordini dei propri managers e rispondono agli interessi dei propri azionisti di riferimento.
Intanto il dramma dell’Italia pare un pozzo senza fondo. Non sarà sfuggita, in questa settimana, un’altra notizia di rilievo, ancorché rituale: stando alla classifica mondiale della libertà economica pubblicata dal Wall Street Journal in collaborazione con l’Heritage Foundation, il Belpaese sfila al 92°simo posto (su 179 Paesi), peggiorando ulteriormente rispetto al 2011, tra Azerbaijan e Honduras. Sul banco degli imputati mali endemici, arcinoti fino alla noia: sistema giudiziario lento e inefficace, corruzione diffusa ai vari livelli delle istituzioni, complessità della legislazione, alto livello dei costi di gestione d’impresa, trionfo dell’economia sommersa – naturalmente dietro a debito pubblico e debolezza strutturale del sistema-Paese.
Allora, proviamo a tirare per un momento le somme: nello spazio di pochi mesi si sono succedute tre manovre finanziarie, ciascuna seguita da inutili rassicurazioni (“non ce ne vorrà un’altra”) poi puntualmente smentite. Ma già sappiamo, o immaginiamo, che anche questa volta – se gli eventi continueranno, come verosimile, sulla falsariga delle ultime settimane – non sarà stata l’ultima.
Non ci diciamo pessimisti, perché non lo siamo: il tentativo è quello di leggere la realtà, in base ai segni e ai fatti che essa quotidianamente propone: vediamo all’opera un Governo seriamente intenzionato a curare il malato, eppure la dovizia di tecnici, competenze e buone intenzioni (anche al netto di svarioni e incidenti di percorso) non pare capace di sopperire al problema di fondo: il mandato è corto (anche se si dovesse esaurire con la fine della legislatura) e, più di tutto, è parziale. Neanche le promesse liberalizzazioni, quand’anche saranno effettivamente tali e portate a termine, saranno sufficienti alla sterzata di cui il Paese necessita.
Manca – bisogna riconoscerlo – la politica: quella dei progetti di respiro ultradecennale, quella animata da una visione innovativa, con il suo fardello di sfide e di suggestioni, capace di trascinare il Paese oltre i limiti angusti che negli ultimi quarant’anni di vita repubblicana pare essersi ritagliato. A questa politica – con la “P” maiuscola – pure non affidiamo doti o capacità taumaturgiche, non concediamo neppure per un attimo l’onere di risolvere non diciamo tutti, ma neppure la gran parte dei problemi, ad essa spettando solo o soprattutto – e sarebbe tanto – il compito di proporre al Paese un nuovo modello di convivenza e di regolazione, fondato sulla responsabilità e la libertà individuale; un progetto che non faccia scommesse sulla pelle dei cittadini, che non s’incentri sul debito pubblico come leva dello sviluppo, che sottragga una volta per tutte alla politica e all’amministrazione l’interferenza sugli interessi, i diritti e i destini delle persone.
Sarebbe un tempo da padri fondatori, questo, come tutte le stagioni critiche nella storia delle nazioni: il limite è che a furia di promettere riforme che non si sono fatte, è divenuta necessaria una rivoluzione. Ma non se intravede neppure il profilo. Al suo posto c’è un esecutivo di “tecnici” che opera in condizioni di obiettiva difficoltà, per di più dentro limiti prefissati o sorvegliati da partiti e uomini politici di provata inettitudine, oltre che conservatori.
Ci sembra di doverne conseguire che siamo e resteremo in piena crisi – pur al momento edulcorata – e che per risolvere il problema resta da definire il tragitto più faticoso, da percorrere il sentiero più travagliato, da osare il passo più audace.
Chi mai potrà e vorrà assumerne il peso?

Ci vorrebbe una riforma istituzionale che ,a partire dalla legge elettorale ,mettesse gli eletti al riparo dai poteri affermati nel nostro Paese.
Con insieme il rinascere di una cultura morale e sociale da “padri fondatori”. Che rendesse alla politica il significato proprio di cura della comunità ,e non degli interessi personali com’ è adesso .Hai detto stecco !
Non puoi che trovarmi d’accordo!
Certi poteri remano in direzione di un commissariamento dello Stato ?