
Putin oggi non è un leader che impone le sue scelte cavalcando dinamiche di stabile avanzata politica e militare. Putin è un uomo che sopravvive, e la differenza è enorme. La sua guerra consuma soldi, uomini, credibilità, e obbliga la Russia a vivere in un’economia di guerra permanente, con un paese demolito dalle sanzioni. In un quadro del genere, la cosa più preziosa non è la vittoria lampo, ma il tempo. E per parecchi mesi quel tempo gliel’ha regalato l’incertezza americana: un giorno promesse, il giorno dopo minacce, poi di nuovo aperture, poi ancora frenate e pseudo finte trattative inutili e spesso dannose. Quando Washington cambia tono di continuo, la guerra non si chiude, si trascina. E quando si trascina, Putin non “vince”, semplicemente non muore.
Peraltro anche i fatti sul campo lo dimostrano: una guerra che dura ormai da 4 anni senza risultati di campo significativi, una guerra ormai ridotta da tempo a un logoramento che macina soldi, uomini, armi ed economia. E questo non fa certo il gioco di Putin, al netto della propaganda di regime, considerando per altro che è stato lui ad aggredire militarmente l’ Ucraina, che nel frattempo però e a sua insaputa, si era preparata all’ eventualità.
Fin qui il copione sembra quasi scontato. La vera novità, però, è un’altra: l’Europa. Ed è proprio l’Europa la discriminante su cui stanno andando a fracassarsi sia Trump sia Putin, ognuno per motivi opposti.
Trump vorrebbe un’Europa disciplinata spacchettata, sottomessa ai diktat americani e soprattutto “pagante”. L’idea è semplice: voi europei (intesa come singole nazioni pre UE) vi accollate il peso materiale e politico della partita, mentre gli Stati Uniti si tengono la leva della trattativa, alternando pressione e concessioni, come in una negoziazione commerciale. Questa impostazione, però, ha un difetto grosso: funziona solo se l’Europa resta dipendente e paralizzata. Se invece l’Europa si mette in moto da sola, la leva americana perde forza. Non puoi usare la minaccia di tagliare il rubinetto se dall’altra parte hanno iniziato a costruire un impianto alternativo.
Anche Putin, ha sempre puntato su un’Europa divisa. Gli serve un continente che discute all’infinito, che si spacca tra governi più duri e governi più timidi, che litiga su energia, bilanci, consenso interno. Perché il suo gioco non è l’assalto, è l’erosione. Far passare i mesi e sperare che la stanchezza diventi resa politica. Anche qui, però, il copione si è incrinato: l’Europa, con tutti i suoi difetti, sta iniziando a comportarsi come un attore che ha capito una cosa brutale. Se non si attrezza, resta esposta. E se resta esposta, prima o poi paga un prezzo più alto.

Da qui nasce la discriminante europea. Non è solo una questione di dichiarazioni o di bandierine. È una questione di architettura. L’Unione sta mettendo in piedi strumenti di finanziamento e sostegno che non dipendono dall’umore di una settimana a Washington. Sta cercando di rendere il supporto più strutturale e meno episodico. E sta spingendo anche sul lato industriale, perché una guerra lunga non la sostieni con l’eroismo, la sostieni con produzione, logistica, approvvigionamenti, continuità. È la parte noiosa, tecnica, e proprio per questo è quella che conta.
Ed è qui che Trump e Putin rischiano di schiantarsi.
Trump perché scopre che l’Europa non è più solo un bancomat o un pubblico che applaude. Se l’Europa si organizza, la trattativa “fatta a colpi di leva” diventa più difficile. Se Bruxelles e le capitali europee si assumono pezzi reali del costo e della strategia, non possono essere trattate come comparse. La pace, se mai arriverà, dovrà passare anche da loro, perché sul tavolo ci sono sanzioni, ricostruzione, garanzie, confini economici, e tutto questo riguarda l’Europa direttamente.
Putin invece si è già schiantato perché la sua scommessa storica era la frattura occidentale per sapere di esistere, grazie a tanta retorica ed un PIL terzomondista. Se l’Europa tiene anche solo un livello minimo di coesione, la sua strategia del “tirare a campare” rende molto meno. Perché non basta più aspettare che gli americani cambino idea. Non basta più puntare sul ciclo elettorale altrui. Ti trovi davanti un blocco che, pur discutendo animatamente, continua a muoversi. E quando l’avversario continua a muoversi, la guerra di logoramento torna a mordere chi l’ha iniziata.
In sostanza, un’America incerta allunga i tempi e dà a Putin margine per non scegliere. Ma l’Europa, proprio perché si sente più esposta, sta iniziando a ridurre quello spazio. Sta diventando un fattore che rende meno efficace sia la sceneggiatura trumpiana dell’“accordo rapido a modo mio” sia la sceneggiatura putiniana del “resisto finché si stancano”.
Se l’Europa, come probabile, regge questa traiettoria, cambia la natura della partita. Il tempo smette di essere un regalo per il Cremlino e torna a essere un debito. E quando il tempo diventa debito, l’agonia non si allunga più. Arriva a scadenza.
Tic-Tac…Tic-Tac…
Piero Terracina

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