
Chi ha interesse a che il concetto giuridico di arma resti confinato all’idea di attrezzo costruito per difesa e offesa? Il problema vorrebbe un esame inesauribile tante sono gli a monte e le conseguenze che mette in gioco. Certamente non si risolve col facile ricorso all’intenzionalità dell’uso, che in mille prospettive può essere dimostrata e contraddetta. Esiste una questione tutt’altro che astratta ma irrisolta da millenni: il mutamento di destinazione di uso di un attrezzo fino a che punto è dominio dell’intenzione del singolo e fin dove invece attiene alla complessità tecnica dell’attrezzo dalle conseguenze imponderabili? In poche parole la questione è capire se al crescere della complessità tecnologica dell’oggetto che diventa arma, corrisponde o meno un indebolimento della preterintenzionalità dell’incidente. Innanzi tutto si deve sottolineare il silenzio legislativo al riguardo, ma anche un sostanziale disinteresse della dottrina, saldamente ancorata al concetto di arma come attrezzo deliberatamente costruito per l’offesa e la difesa. Sembra infatti impossibile che la complessità del trovato possa dilatare l’intenzionalità dell’incidente. Ma si può anche prospettare un diverso approccio, arricchendo il concetto di arma con quello di militarizzazione, e facendo derivare da quest’ultimo la metamorfosi in arma della complessità tecnologica dell’attrezzo. Come dice il vocabolo il miles romano, ma anche il soldato di ogni epoca, è tale in quanto allineato in una coorte appunto di mille uomini che danno tanta più potenza al gruppo quanto più combattono fianco a fianco esortati dal famoso ordine “ serrate le fila! ”. Ciò è vero per la falange macedone e le guerre napoleoniche, fino alla guerra di trincea del primo conflitto del novecento, e pure nell’attuale battaglia tecnicizzata dove il soldato opera anche a cinquanta metri di distanza dal commilitone più vicino grazie al maggiore volume di fuoco e ai collegamenti interfonici. Queste brevi e insufficiente considerazione portano comunque a dire che in ogni epoca il miles era ed è tale in virtù d’una relazionalità assoluta e inscindibile col gruppo, una relazionalità quasi religiosa che al suo acme sfocia nel mito della milizia e del cameratismo, parole care alla retorica militarista di cui gli assolutismi di ogni colore si sono sempre fatti paladini, basti considerare le cronache di macelleria nei due versanti della guerra di Spagna. Ora prima di avanzare l’opportunità o meno che il concetto giuridico di arma sia esteso ai trasporti individuali e collettivi, al governo di centrali energetiche, e addirittura ai macchinari più complessi della ricerca e della sanità, come pure a Internet, al sistema delle comunicazioni satellitari e a tutto la comunicazione in generale, occorre valutare il significato che l’introduzione di questi apparati dà alla nostra quotidianità. Anche a non credere all’esistenza di Avalon, il supposto grande fratello che tutto saprebbe di noi, è innegabile che l’apparato tecnologico obbligato in cui viene sempre più serrato il globo ha il carattere di una fortissima relazionalità coatta che ciascuno può verificare dalla petulanza con cui nei luoghi pubblici squillano i cellulari, nell’impossibilità di interloquire col vicino perché collegato agli antipodi terrestri, nell’assillo dell’aggiornamento per non restare senza l’eco di qualcosa che ancora viene chiamata informazione. Anche se la relazionalità coatta si nasconde dietro una dose apparente di libera scelta e di autonoma decisione a staccare la spina, essa resta come motore occulto e motivazione permanente fosse pure nel soliloquio d’una cella conventuale. La relazionalità coatta sta restringendo il mondo allo spazio della coorte romana e dei suoi mille milites. Non è allora affatto un azzardo conoscitivo o una forzatura sociologica asserire che a partire dagli anni cinquanta si è assistito alla militarizzazione forzata delle società dell’occidente allargato, evidentemente una militarizzazione “sui generis” e indecifrabile secondo i consueti canoni della milizia armata in contrapposizione alla società civile disarmata. La consueta immagine di un’autostrada nell’ora di punta del pendolarismo descrive bene questo tipo di militarizzazione in cui ciascun miles rivendica felice la propria libertà inesistente. Ma anche la libertà illusoria di riuscire ad acquistare solo il voluto maschera in realtà la relazionalità forzata nei confronti del produttore, del venditore e di chi acquista accanto a noi, pena il crollo dell’economia planetaria. Non è un paradosso allora affermare che questa militarizzazione imposta dal mercato è stata resa possibile dall’impraticabilità di guerre globali, e dal confinamento dell’esercizio bellico su scala regionale ridotta. Ora occorrerebbe prestare attenzione al sottile passaggio psicologico e fenomenico che sussiste nel sentirsi partecipi di una milizia e nella conseguente necessità di imbracciare l’arma che quella milizia richiede. Si intende affermare che anche i trovati tecnologici apparentemente più lontani dal concetto di arma, ne subiscono il mutamento della destinazione d’uso in virtù della militarizzazione a cui qualsiasi operatore in qualsiasi settore è sottoposto, e ciò è tanto più vero quanto più cresce lo scarto tra uso effettivo e uso potenziale. Ma gli apparati tecnologici più pacifici diventano armi anche per esigenza intrinseca del miles che li governa. È stato ampiamente studiato ed è sotto gli occhi il senso di onnipotenza suscitato dal controllo di una consolle, sia essa dell’innocuo computer, della gru per il sollevamento carichi, della consolle d’un jet, d’un automobile, d’un vettore qualsiasi, d’una centrale d’energia, ossia di consolle apparentemente estranee al concetto di arma e le cui conseguenze accidentali nel cattivo uso sono escluse dall’intenzionalità dell’operatore. Ma più il tasso di intenzionalità gioca a scarica barile con quello di accidentalità, più c’è interesse a che la questione resti ristretta al concetto tradizionale di arma come attrezzo costruito per offendere e difendere. Non occorre ricordare che muoiono al mondo centinaia di migliaia di persone all’anno non solo per incidenti automobilistici, ma per incidenti sul lavoro, incidenti domestici e incidenti sanitari, ovvero tutti inquadrabili in scenari e concause altamente tecnologizzati, e nel cui ambito l’assenza del concetto di arma serve solo a estendere un’amnistia pregiudiziale, morale e materiale. Che l’industria automobilistica stia bene attenta a che il concetto giuridico di arma non venga allargato è addirittura ovvio e patetico. Un semplice accordo internazionale sul divieto di costruire vettori automobilistici incapaci di superare i centoventi chilometri orari segnerebbe il crollo delle vendite e di un’intera epoca storica. Eppure se i codici stradali emanati dai liberi parlamenti eletti prevedono limiti di velocità, gli stessi parlamenti invece ammettono che le fabbriche di automobili producano vettori capaci di raddoppiare se non triplicare i limiti di velocità imposti. Siamo chiaramente di fronte a scelte criminali che da sole giustificherebbero interventi radicali ma socialmente intollerabili, veri tabù quindi con la complicità di tutte le parti sociali. Esempio questo che viviamo e subiamo un’epoca altamente criminale che però deve essere costantemente compresa e assolta. Infatti nello scarto tra velocità ammessa e velocità potenziale del vettore l’automobile diventa arma reale a tutti gli effetti, non meno di una pistola o di un fucile per i quali è comunque richiesta una licenza. Invece nello scarto che permette al mezzo automobilistico di trasgredire i centoventi chilometri per arrivare ai duecento e oltre sta l’uso di un’arma per il quale la mia patente di vecchio o nuovo tipo non prevede alcuna licenza. E ogni intervento che non imponga il divieto di costruire automobili capaci di superare una determinata velocità è solo un ipocrita palliativo. Dal settore automobilistico, dove il problema è lampante tanto da aver suscitato timide sentenze che appunto restringono la preterintenzionalità a favore di un maggior tasso di responsabilità intenzionale, si può passare a qualsiasi settore della produzione industriale nelle sue varie fasi, si pensi a come un allargamento del concetto di arma imporrebbe “tout court” la chiusura di tutte le centrali nucleari del pianeta, pena l’accusa di aggressione armata da parte del paese che omettesse di attenersi alla disposizione, e così in tutti gli aspetti che la retorica approdata al dannunzianesimo della tecnologia interpreta come ineluttabili conquiste. L’allargamento del concetto giuridico di arma dovrebbe comportare anche l’introduzione del concetto di uso autolesionistico intenzionale, un nuovo istituto capace di mettere fuorilegge una quantità impressionante di trovati che incentivano la nostra quotidiana stupidità. Ora non sfugge il fatto che il discorso è solo e soltanto politico, e che siffatta esigenza politica sarà facilmente qualificata come reazionaria e antiprogressista fin quando la filosofia del diritto, la fenomenologia e la psicologia relazionale non dimostreranno la natura solo e soltanto delinquenziale di quanto si finge di assolvere e reiterare lasciandone la responsabilità alla presunta libertà del singolo. Nella felicità indotta dai trovati del nostro vivere pacifico e sanitario sta una peste nascosta, perché nacquero quasi tutti in periodi bellici per migliorare la localizzazione del nemico e il suo annientamento. La nostra pace gioiosa è fatta di trofei di guerra. E il discorso deve uscire dalle spire psichiche del disagio, della depressione e dell’ansia attivate per allontanare e relativizzare la cura politica, per renderla di fatto impossibile e impraticabile perché giudicata antistorica. In conclusione a prima vista l’industria delle armi sembrerebbe interessata all’allargamento del concetto giuridico di arma perché se un’automobile, un apparato industriale o al limite un computer assumessero il connotato di arma, verrebbe meno il demoniaco e il satanico che la parola evoca, e quindi s’abbasserebbe l’allarme sociale che riveste qualsiasi attrezzo destinato alla difesa e all’offesa e di conseguenze crescerebbe la possibilità di aumentare il permesso alla circolazione delle armi effettive. Una pistola o un fucile potrebbero rientrare nel normale elenco degli utensili domestici con conseguente incremento del mercato. Ma questo ragionamento è fallace e nasconde un risvolto produttivo e economico con gravi motivazioni. L’industria della tecnologia bellica non fiorisce più grazie a guerre reali ma soprattutto grazie ai trovati per guerre virtuali che parcellizzati in diverse destinazioni d’uso finiscono per invadere i mercati con novità ogni giorno più strabilianti. Noi pacifici cittadini d’una pacifica nazione usiamo e ci entusiasmiamo ogni giorno per trovati nati e concepiti per attività belliche, ma dirottati nel mercato dei beni di consumo perché altrimenti darebbero ricavi troppo modesti e antieconomici se venissero relegati ai soli campi di battaglia, ormai troppo limitati per le esigenze di fabbriche belliche col vento in poppa. Perciò l’industria della tecnologia bellica ha interesse a propagandare la pace armando e esaltando miliardi di individui inconsapevoli di possedere e usare armi. Perché questa inconsapevolezza sia garantita e conservata l’industria della tecnologia bellica vuole che il concetto giuridico di arma non sia allargato, ma resti delineato nella tradizionale descrizione di attrezzo costruito per offesa e difesa, collaborando in ciò alla totale incomprensione di ciò che facciamo e vogliamo. E concludere che l’industria bellica ha eminenti interessi di pace è molto più di una battuta.

Caro Manetti,
Non sono ammiccamenti, intendo proprio dire che Firenze può benissimo chiudere il Centro al traffico e incriminare per porto d’arma abusivo gli automobilisti che vi entrano, tuttavia la ricerca di soluzioni più tecnologiche sarebbe preferibile, il divieto non fermi il progresso.
Marzio, il metà strada è rispetto alle Stelle, già Leonardo e Galileo, Majorana e Fermi, non erano lontani, mi chiedo invece se Dante, magari da qui non le avesse raggiunte, proprio dal Triveneto:
tale dal corno che ‘n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
della costellazion che lí resplende;
né si partí la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.
La Croce del Sud non era conosciuta allora.
Non capisco i commenti del “Trevigiano”all’articolo di Marzio Siracusa. Un procedere di bassa lega metaforica che non si esprime, se non attraverso velati ammiccamenti assai malinconici. Ma nel merito dell’articolo c’è niente da dire?h
Se l’altra metà strada è Firenze-Treviso sappi che soggiornai a lungo a Treviso mezzo secolo fa. E nemmeno ti dichiaro le mie ascendenze geografiche per non avvilirti a scoprirti meridionale, una brutta batosta che non reggeresti. Ma invece di perdere tempo in Kenia dietro le negrette, fra osceni beveroni e il mare d’ ” un-cristallo-che-non-ti-dico “, perché non cominci a studiare per migliorare almeno la formazione emotiva un po’ troppo cinematografica anni sessanta? Sfiata ora l’ultima spiritosaggine e morta là.
Come disse una mamma che dopo i disordini nella rift valley in Kenia, aveva denunciato il figlio: Anche la mamma si stanca del figlio che non parte mai.
Certo, quello non si muoveva da milioni di anni pare, se sei arrivato a Firenze, metà strada l’hai già fatta.
Non vedo molta differenza tra l’andare nelle stelle o finire nell’olocausto nucleare. Anzi preferisco il secondo, almeno le mie ceneri radiattive restano in una terra che amo più delle stelle.
Mi sembra che trascuri l’arma assoluta, la mancanza di progresso che porta alla stagnazione e alla morte.
Credo che questo debba temperare tutte le tue considerazioni: Essere e andare nelle Stelle prima che arrivi l’inevitabile olocausto nucleare.
O farcene sorprendere mentre coltiviamo fiori?
Questo è il problema.