L’Italia e’ di nuovo nell’occhio del ciclone speculativo finanziario internazionale, questa volta non a causa del debito pubblico, ma per la pessima salute del nostro sistema bancario. In questo periodo la redditivita’ delle banche in generale e’ bassa a causa del tasso ufficiale vicino allo zero, a questo si deve aggiungere il numero eccessivo degli istituti bancari (oltre 500), ma il grande problema sono i 360 miliardi di crediti in sofferenza (Non Performing Loans) il 20% del totale dei crediti vantati dalle banche italiane contro una media europea del 5%.
Questa situazione impone un rifinanziamento delle banche da parte dello stato. Per il governo il problema non e’ economico (un pacchetto di miliardi in piu’ sul debito pubblico non fa notizia), ma politico perche’ le nuove regole europee impongono che prima dello stato devono pagare gli azionisti e obbligazionisti delle banche soggette a intervento pubblico. Questa nuova regola e’ conseguenza della crisi finanziaria del 2008 a seguito del fallimento della banca d’affari americana Leehman Brothers. Quel fallimento di una singola banca creo’ un tale sconquasso nel mondo che i governi USA, GB, Francia , Germania, Belgio e Olanda dovettero intervenire per salvare le banche in difficolta’, nazionalizzandole di fatto temporaneamente. Questa situazione per cui le banche possono ricattare gli stati (salvami o blocco l’economia) viene definita moral hazard cioe’ quando uno prende dei rischi sapendo che le conseguenze ed i costi di questi rischi ricadono su altri soggetti. Per responsabilizzare le banche e’ stata inrodotta la regola che in caso di insolvenza la propieta’ (gli azionisti) ed i creditori (gli obbligazionisti) devono pagare prima dell’intervento dello stato. All’epoca della crisi finanziaria del 2008, le banche italiane hanno evitato l’intervento pubblico perche’ apparentemente godevano di relativa buona salute perche’ non avevano in cassa strumenti finanziari tossici come i titoli derivati, ne’ avevano finanziato bolle speculative edilizie come in Spagne e Irlanda.
A questo punto c’e’ da chiedersi perche’ in Italia i crediti in sofferenza sono 360 miliardi di euro, un terzo del totale europeo.
Strano a dirsi ora, ma c’era una volta quando il sistema bancario italiano era ammirato nel mondo, in particolare le casse di risparmio locali che radicate nel territorio finanziavano e sostenevano le piccole e medie imprese familiari, creando poli e distretti industriali di rilevanza internazionale. Le banche a loro volta beneficiavano della nostra propensione di origine contadina al risparmio.
Dopo gli anni del boom economico e con i risparmi che si accumulavano, e’ arrivata la finanza all’italiana, cioe’ la banca d’affari Mediobanca, dove poche dinastie industriali gestivano per i loro affari i capitali delle banche nazionali. Una gestione comunista al 50% nel senso che i profitti erano divisi tra pochi e le perdite tra tutti. Il bello e’ che questa elitaria ed illecita commistione tra affari, finanza e politica rappresentata da Mediobanca veniva mitizzata dai soliti giornaloni come il salotto buono della finanza italiana. Abbiamo inventato il banchiere “di relazione” quello che organizza triangolazioni tra politica, affari e finanza. Naturalmente quello che avveniva a livello nazionale veniva ripetuto nelle centinaia di banche locali. Affaristi, speculatori, palazzinari spesso con la mediazione del politico potente, avevano la precedenza nell’ottenere finanziamenti a scapito dell’economia reale. D’altra parte la maggioranza dei presidenti e direttori generali riescono a mantenere la poltrona per 20/30 anni non perche’ sono dei geni della finanza ma distribuendo favori: crediti facili, incarichi e consulenze. Quello che succedeva alla banca d’Etruria, con finanziamenti per costruire megayacht senza acquirenti e per speculazioni edilizie in Italia ed Europa non era un eccezione ma la regola anche per le altre banche. Ovviamente se le autorita’ di vigilanza avessero fatto il loro dovere il problema sarebbe piu’ contenuto. Il fatto e’ che tra controllati e controllori c’e’ una interscambialita’ continua, un viavai di professionisti che passano da una parte all’altra. Per giudicare il livello di controllo basta ricordarsi il caso Parmalat. Per anni nel bilancio della Parmalat, societa’ quotata in Borsa, appariva una liquidita’ di 4 miliardi di euro attestata da una fotocopia di un estratto conto di una banca di New York, la cui carta intestata era stata scannerizzata e per di piu’ aveva un indirizzo errato. A parte l’enormita’ di accettare questa documentazione, nessuno si era domandato perche’ la Parmalat con quella liquidita’ emetteva delle obbligazioni con un tasso di circa il 10%. In qualsiasi altro Paese del mondo, davanti a questo fatto ci sarebbero state dimissioni e nuove norme. In Italia no , e cosi’ abbiamo il caso del Monte dei Paschi dove chiusi in una cassaforte pare ci fossero dei titoli finanziari derivati per mascherare il bilancio ufficiale.

Si molto interessante e veritiero, vorrei aggiungere che negli ultimi tre/cinque anni molte banche hanno fatto ricorso ad aumenti di capitale che erano tutti finalizzati a patrimonializzare gli istituti di credito, denari rubati ai soci perché le banche hanno continuato a sperperare denaro continuando a pagare stipendi esorbitanti a manager incapaci di risanare le aziende; poi è uscito il bail in che non era certo previsto quando gli istituti di credito vendevano le loro azioni come se fossero certificati di deposito e/o convincevano gli azionisti a partecipare agli aumenti di capitale adducendo che erano” banca del territorio “e che i soldi avrebbero consentito di sostenere l’economia, mentivano consapevolmente, appoggiati dagli organi di controllo e dalla vigilanza, che assecondavano fantasiosi piani industriali; mentre alle aziende complici i rating imposti da Basilea due non arrivano finanziamenti a meno che non si abbia rating
da 1 A3/4, altrimenti l’assorbimento patrimoniale degli stessi sarebbe troppo elevato, oltre ovviamente a quanto avete ben rappresentato. Un cordiale saluto Filippo Zito