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Perchè la rivolta dei generali in Niger ha colto tutti di sopresa?

Mentre in Mali e Burkina Faso si è manifestato un visibile deterioramento della situazione sul terreno,  le cose in Niger sembravano.funzionare;  il paese era addirittura indicato come il modello di successo della cooperazione occidentale.

di Marco Mayer Valeria Fargion | 17 Agosto 2023
Manifestanti con bandiere del Niger e della Russia favorevoli al colpo di Stato militare (fonte Wikimedia Commons)

L’ agguato che ha ucciso 17 militari del Niger al confine con il Mali 

https://www.reuters.com/world/africa/niger-says-17-its-soldiers-killed-ambush-near-burkina-faso-border-2023-08-16/

conferma la riflessione critica promossa oggi dal New York Times con il podcast di Declan Walsh: “Why a Coup in Niger Has the World’s Attention” .

Walsh segnala l’ esigenza di un ripensamento dell’ approccio eccessivamente securitario adottato dagli Stati Uniti e dall’ Unione Europea nel Sahel.

Per Walsh non avremmo dovuto dimenticare che l’ addestramento e l’ equipaggiamento delle degli eserciti africani crea i presupposti per la formazione di élite militari potenzialmente meglio attrezzate a condurre con efficacia  colpi di stato.

In questa cornice  e’ particolarmente urgente capire  perché la rivolta dei generali a Niamey sembra aver colto tutti di sorpresa. 

Mentre in Mali e Burkina Faso si è manifestato un visibile deterioramento della situazione sul terreno,  le cose in Niger sembravano.funzionare;  il paese era addirittura indicato come il modello di successo della cooperazione occidentale.

Nel podcast del New York Times si affronta specificamente il caso del Mali  dove si e’  determinata una vera e propria reazione a catena con esiti decisamente negativi.

Con il  progressivo abbandono delle forze francesi e  internazionali  i generali golpisti (pur potendo contare sul supporto di Wagner) non sono stati  in grado di reprimere con efficacia le azioni dei gruppi terroristici di matrice islamista che nell’ ultimo anno sono cresciute del 40%.

Senza un ripensamento delle modalità di intervento e una profonda revisione strategica il rischio è che in tutto il Sahel si determini una spirale di violenza e che  nel contempo si sviluppino processi di destabilizzazione politica a vantaggio degli interessi della Federazione Russa e della Cina. 

In questo difficilissimo contesto Il Generale Maurizio Fioravanti ha sottolineato su Repubblica il ruolo di guida che l’ Italia potrebbe svolgere a livello dell’ Unione Europea.

Non c’ è dubbio che nel Sahel  i sentimenti anti francesi siano fortemente radicati e che un cambio di leadership potrebbe essere utile.

Ma non basta la discontinuità nella guida. L’ Italia può svolgere un rilevante ruolo europeo soltanto se si fa interprete di un radicale cambio di strategia della UE nei confronti dell’ Africa. 

Se vuole essere davvero credibile l’Unione Europea deve innanzitutto partire dai bisogni della popolazione locale. Ai cittadini africani servono sistemi sanitari efficienti, acqua potabile, elettricità prodotta da energie rinnovabili, posti di lavoro, ecc.

L’ Italia deve puntare su questo tipo di  priorità. E’ per garantire l’ attuazione di queste scelte strategiche che serve  una presenza miltare e una cooperazione bilaterale e multilaterale nell’ area della sicurezza. 

In tema di cooperazione civile/miltare  vengono in mente  i successi – molto consistenti – della sanita’  militare dei marines nell’ azione di  contrasto e prevenzione dell’ Ebola in Liberia.

È difficile capire se l’ Europa sarà in grado di cambiare il suo approccio in  Africa, ma è certo che  su questo si gioca gran parte della credibilità internazionale di Giorgia Meloni. 

Se la retorica pubblica sull’ Africa – per fini elettorali – resterà confinata al contrasto del  terrorismo  e delll’ immigrazione clandestina l’ Italia continuerà con il piccolo cabotaggio.

Se viceversa l’ Italia (con tutte le alleanze necessarie)  riuscirà a far passare una politica europea per l’ Africa completamente nuova  i  frutti non mancheranno. 

Le relazioni Africa/Europa non sono buone;  questa e’  la verità e non da oggi. Nel continente africano la  sensazione di molti è che a Bruxelles interessi soltanto sigillare le frontiere e bloccare gli sbarchi. 

Dobbiamo dimostrare viceversa che un altro approccio è possibile, a partire –  come abbiamo. sostenuto in tante occasioni – dalla creazione in Africa di sistemi sanitari degni di questo nome.

Una analisi approfondita dei rapporti tra Africa e Europa nonché numerosi suggerimenti di policy si 0trovano nel volume Revisting Africa Relations: https://www.e-elgar.com/shop/gbp/revisiting-eu-africa-relations-in-a-changing-world-9781839109812.html
http://fino-a-prova-contraria.blogautore.espresso.repubblica.it/2022/01/09/roma-%E2%80%9Crevisiting-eu-africa-relations-in-a-changing-world%E2%80%9D-una-intervista-alla-professoressa-valeria-fargion-universita-di-firenze-part-1/

Ci sono progetti utilissimi che aspettano solo la volontà politica. Non c’è niente da inventare. Un solo esempio pratico. Il 20 marzo scorso (tre  settimane prima dello scoppio del conflitto in Sudan)  abbiamo visitato l’ospedale di cardiochirurgia a Karthoum, realizzato da Emergency. https://www.emergency.it/progetti/sudan-khartoum-centro-salam-di-cardiochirurgia/

L’ ospedale (che ha circa 500 dipendenti in grande maggioranza locali) non  è solo   un modello di eccellenza sanitaria per il Sudan e per i paesi confinanti, ma l’esempio paradigmatico  emblematico di come operare in Africa  con grande serietà ed efficacia https://www.emergency.it/progetti/sudan-khartoum-centro-salam-di-cardiochirurgia/
Marco Mayer e Valeria Fargion 

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: bruxelles, cina, europa, fini, firenze, immigrazione, intervista, italia, lavoro, leadership, meloni, new york times, politica europea, posti di lavoro, repubblica, roma, stati uniti, unione europea

Info Marco Mayer Valeria Fargion

Valeria Fargion è professore associato di scienza politica, titolare ( dal 2004) di una Cattedra Jean Monnet presso la scuola di scienze politiche “Cesare Alfieri” dell’università di Firenze, dove insegna “Politics of European Integration” nell’ambito della laurea magistrale in relazioni internazionali e studi europei (RISE). Fino al 2020 ha coordinato il percorso di Studi Europei ed è stata responsabile delle relazioni internazionali per la Scuola di Scienze Politiche. La sua attenzione prioritaria per la dimensione internazionale e per il dialogo tra studiosi provenienti da ambiti disciplinari e da contesti socio-politici e culturali diversi la hanno portata negli anni a ricoprire ruoli di coordinamento in una serie di reti accademiche transnazionali: è stata per due mandati ( 2002-2006 e 2006-2010) membro elettivo nell’Executive Board del Research Committe 19 “Poverty, Social Welfare and Social Policy” dell’International Sociological Association ; dal 2002 al 2007 membro del comitato esecutivo di ESPANET (il network europeo degli studiosi di politiche sociali) e dalla sua fondazione al 2014 Co-Chair di ESPANET-Italia; dal 2008 al 2010 ha svolto il ruolo di esperto nazionale per la DG Employment della Commissione europea e dalla sua fondazione nel 2014 al 2019 è stata condirettrice e poi direttrice della rivista “Politiche Sociali/Social Policies”, edita da Il Mulino. Nel contesto degli impegni assunti su scala internazionale, ha organizzato nel 2007 un convegno finalizzato ad aprire un confronto tra studiosi del nord e del sud del mondo, con la discussione di relazioni da parte di 90 ricercatori provenienti da tutti e cinque i continenti (https://www.dsps.unifi.it/vp-322-social-policy-in-a-globalizing-world-developing-a-north-south-dialogue.html); per quanto riguarda invece le tematiche connesse all’integrazione europea ha organizzato, in particolare, un ciclo di conferenze sui “Costi della non Europa” cui hanno partecipato anche Romano Prodi e Giuliano Amato (https://www.rise.unifi.it/vp-194-the-costs-of-non-europe-2010-2011.html), e in occasione dei 25 (https://www.rise.unifi.it/vp-211-erasmus-generation-conference-31-maggio-1-giugno.html) e dei 30 anni del programma Erasmus ha realizzato – nell’ambito delle attività del Centro di eccellenza Jean Monnet -due iniziative che hanno permesso a 54 studenti – due per ciascuno dei 27 Stati Membri – di avanzare le loro proposte di intervento sui temi di maggior rilevanza a rappresentanti delle istituzioni europee, tra cui anche l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Federica Mogherini (https://www.rise.unifi.it/vp-343-conferenza-28-ideas-from-the-erasmus-generation.html). Le sue pubblicazioni sono per la maggior parte in lingua inglese; i lavori in lingua italiana hanno riguardato il welfare state italiano in prospettiva storica e comparata, i rapporti centro-periferia, il ruolo delle regioni italiane nell’ambito delle politiche sociali e la performance regionale nella gestione dei fondi strutturali. Nell’arco dell’ultimo decennio, i suoi interessi di ricerca si sono progressivamente spostati dalle politiche dei paesi industrialmente avanzati al ruolo dell’Unione Europea in ambito internazionale, con particolare attenzione per le questioni di Sanità Globale e per l’analisi della cooperazione allo sviluppo in Africa.
Marco Mayer nell’arco degli ultimi trenta anni ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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