Sarebbe forse consigliabile cominciare ad adoperarsi seriamente per riportare la prassi degli interventi militari, cosiddetti umanitari, in seno ad un contesto giuridico internazionale accettabile per tutti.

Il tema dell’ingerenza umanitaria è di attualità da almeno venti anni ma ultimamente, con l’intervento della Nato in Libia, sono tornate alla ribalta molte questioni ancora irrisolte.
Quale è il limite dell’ingerenza umanitaria, cioè del dovere di ogni Stato di proteggere non solo la sua popolazione ma anche quella di altri Stati in caso di gravi crimini contro l’umanità? Sul piano giuridico internazionale, quale è il principio da seguire: quello di non ingerenza negli affari interni di un altro Stato sovrano o quello di tutela dei diritti umani fondamentali ed universali? Quali i costi, anche umani, si possono tollerare per difendere i diritti umani? Gli interventi umanitari sono sinceri oppure si tratta di pretesti per il ricorso unilaterale alla forza in difesa dei propri interessi nazionali? Quali i rischi derivanti dalla moltiplicazione degli interventi umanitari?
Durante la guerra fredda, i diritti umani erano un affare interno agli Stati. Quando vi era una violazione dei diritti umani i due blocchi tentavano di collaborare fra loro per trovare una qualche soluzione al problema, evitando accuratamente di arrivare allo scontro. A partire dalla caduta del muro di Berlino, con la fine della guerra fredda ed il dissolversi dell’URSS, si sono moltiplicati gli interventi umanitari e la prassi imposta dai più forti, in particolare gli Stati Uniti ma più recentemente anche da Francia ed Inghilterra, ha di fatto scavalcato il diritto internazionale. I vari interventi non autorizzati dall’ONU che si sono succeduti nell’ultimo ventennio – dall’Iraq alla Libia passando per la ex-Jugoslavia – sono stati giustificati dalla necessità di difendere i diritti umani o di lottare contro il terrorismo internazionale, superando così l’empasse che si era prodotta in seno alle Nazioni Unite.
La Carta delle Nazioni Unite, organizzazione che cristallizza i rapporti di forza come emersi dal secondo conflitto mondiale, dando alle cinque potenze vincitrici – USA, Cina, Russia, Regno Unito e Francia – il diritto di veto, esclude il ricorso unilaterale alla forza per la risoluzione delle questioni internazionali. E’ così possibile l’intervento ONU solo quando la violazione dei diritti umani è tanto massiva da minacciare la pace mondiale. In mancanza di autorizzazione ONU, la prassi ha tollerato l’intervento di coalizioni di volenterosi, escludendo sempre e comunque l’intervento unilaterale.
Nei fatti, dunque, da un lato si è profilato il rischio di paralisi della collettività internazionale a fronte del veto di uno dei cinque membri permanenti dell’ONU. Dall’altro, si pensi al caso libico, l’intervento militare a fini umanitari, che pure ha prodotto morti e feriti, è risultato ambiguo. Non si è infatti capito fino in fondo quanto questo sia stato giustificato da sincera volontà di difesa dei diritti umani e quanto dalla difesa di ragioni economiche e propri interessi nazionali.
Motivando l’ingerenza militare come intervento umanitario è stato poi possibile per alcuni Paesi interventisti, si pensi al caso dell’Italia, valicare non solo i vincoli giuridici internazionali ma anche quelli interni. Ad esempio l’Italia ha potuto superare la Costituzione, che impone il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo per la risoluzione dei conflitti internazionali.
Siamo dunque oggi di fronte ad una prassi internazionale che si va affermando. Purtroppo le soluzioni più ovvie – ossia un adattamento dell’Organizzazione delle Nazioni Uniti ai mutati rapporti di forza internazionali tramite l’allargamento del Consiglio di Sicurezza o almeno l’abolizione del diritto di veto da parte delle cinque nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale – sembrano non essere all’ordine del giorno. Ma i rischi che la comunità internazionale corre acuendo la tensione fra diritto e potere sono notevoli. E’ vero che oggi viviamo in un mondo fortemente gerarchizzato in cui, Stati Uniti in testa, sono i Paesi occidentali a dettare legge. Ma sarà sempre così? I rapporti di forza potrebbero cambiare. Pensiamo al crescente peso economico di Paesi quali Brasile, Russia, India e Cina oppure alla possibile dotazione dell’arma nucleare da parte dell’Iran, con tutte le conseguenze del caso. Ancora, si tratta di interventi che rischiano di spaccare sempre più la comunità internazionale ed apparire sempre più discrezionali. Inoltre, laddove visti sotto la luce dell’etica, rischiano di creare aspettative sbagliate. Ad esempio, sotto il profilo strettamente umanitario, perché dopo essere intervenuti in Libia non si interviene con altrettanta determinazione in Siria? E’ chiaro dunque che il profilo umanitario è solo uno degli aspetti e che a determinare gli interventi siano anche taciuti aspetti di realpolitik.
Siamo dunque ad un punto di rottura della Storia, la strada non è stata ancora imboccata. Ma per evitare un triste ritorno al passato, sarebbe forse consigliabile cominciare ad adoperarsi seriamente per riportare la prassi degli interventi militari, cosiddetti umanitari, in seno ad un contesto giuridico internazionale accettabile per tutti.

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