
La Russia ora è proprio incavolata, scrive Travaglio. E il teatrino dei pupi del bollettino putino si agita tutto. Arrivano i Russi, evviva!
È tutta una messa in scena l’editoriale di oggi del Fatto. Il più ortodosso forse mai scritto, di ortodossa disinformazia.
Il passaggio più clamoroso arriva nel finale, dove si elencano i Paesi che “evocano nei russi i peggiori ricordi storici”: Germania, Polonia, Ucraina, Baltici. È un elenco che funziona solo rovesciando la direzione della storia.
La Germania ha effettivamente inferto all’URSS, con l’invasione del 1941, la ferita più devastante della sua storia, ma lo ha fatto rompendo un patto che l’URSS stessa aveva firmato due anni prima: il patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, con cui Berlino e Mosca si spartirono la Polonia e assegnarono i Paesi baltici alla sfera sovietica.
La Polonia non evoca incubi ai russi: è stata invasa dall’Armata Rossa il 17 settembre 1939 in coordinamento con l’invasione nazista da ovest, e ha visto la propria élite militare massacrata a Katyn nel 1940 per ordine diretto del Politburo, firmato da Stalin.

I Paesi baltici non minacciano la Russia: sono stati annessi con la forza nel 1940 in base allo stesso patto, e hanno subito decenni di deportazioni di massa e occupazione sovietica fino al 1991.
E l’Ucraina, prima ancora di Bucha o Mariupol, porta la memoria dell’Holodomor, la carestia provocata dalla collettivizzazione forzata staliniana del 1932-33, che uccise tra 3,5 e 5 milioni di ucraini ed è oggi riconosciuta come genocidio dal Parlamento europeo.
Di quattro Paesi citati come fonte di “ricordi peggiori” per la Russia, tre sono in realtà quelli che hanno subito occupazione, deportazioni o sterminio per mano sovietica o russa, non il contrario. Solo il caso tedesco ha un fondamento storico reale, e anche lì manca la premessa scomoda: la complicità sovietica nella spartizione dell’Europa orientale del 1939-41.
Non è un dettaglio. È la stessa operazione retorica – trasformare le vittime in minacce, l’accusato in accusatore – che ricorre in tutto il pezzo: prima con l’idea di un’Ucraina “vicina alla Nato” che in realtà non lo era, poi con un’invasione presentata come automatismo dottrinale invece che come scelta, infine con un divieto anti-propaganda ridescritto come propaganda.
E se le ultime righe lasciano intendere che un attacco russo all’Europa sarebbe conseguenza quasi necessaria di questo presunto accerchiamento, si chiude il cerchio di un ragionamento che, passo dopo passo, ha trasformato ogni scelta russa – dal 1939 al 2022, fino a un’eventuale prossima aggressione – in un destino imposto dagli altri.
Puro travaglismo. Un bollettino della propaganda di Mosca, scritto con gli argomenti di una sola parte, spacciato per analisi storica.
Marco Taradash

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