Le ultime fasi convulse delle vicende che hanno portato alla crisi del governo Prodi rendono ancora più evidente il disastro provocato dall’ostinazione con la quale a questo stesso governo, contro ogni ragionevolezza si volle dar vita.
Sul campo restano solo macerie: ricostruire non sarà facile e richiederà molto tempo. Naturalmente sarebbe ingiusto attribuire a Prodi, al suo governo e alla maggioranza che lo ha sorretto tutte le responsabilità. A questa situazione (economia che stenta e sempre sull’orlo di una crisi, sfiducia nella politica e nelle istituzioni, inefficienza di fronte a problemi della quotidianità, dalla spazzatura alla sanità, sistema politico disintegrato) si è giunti con il concorso di molti attori. Vale la pena di ricordare che dal ’94 ad oggi si sono succeduti al Governo, con maggioranze diverse, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, Amato, ancora Berlusconi e ancora Prodi.
Ecco, secondo noi, un utile pro-memoria per tenere d’occhio gli sviluppi della crisi ed alcuni elementi per ragionarci sopra e non ripetere gli stessi errori.
Primo: dopo il voto era evidente che non c’era maggioranza. L’ostinazione del centro-sinistra ad andare avanti si basava sulla certezza di poter in qualche modo “conquistare” senatori eletti nello schieramento opposto. E’ accaduto il contrario. Sarà sufficiente per bandire definitivamente quel triste fenomeno della politica italiana, una costante storica, che si chiama trasformismo? Ne dubitiamo, per questo non bisogna mai smettere di denunciarlo.
Secondo: il disastro per non aver dato vita subito ad un governo di larghe intese è più grave del previsto. E colpisce prima di tutto chi lo ha causato, cioè il centro-sinistra, oggi in stato comatoso. Nello schieramento convivono strategie diverse e opposte. Le smargiassate tipo “abbiamo risanato i conti, risollevato il Paese, diminuito le tasse ai poveri, ora si ritorcono tutte contro. Un consiglio: usare sempre, soprattutto a sinistra, il linguaggio della verità.
Terzo: Prodi è vivo e lotta insieme ai suoi. Che non sono soltanto gli appartenenti al club dei bolognesi, dei banchieri amici e del mondo delle ex Partecipazioni statali. La decisione di affrontare la crisi in Parlamento lo ha rafforzato e dimostra che le sue intenzioni non sono quelle di ritirarsi in convento. Persino nei socialisti della Costituente, che più propriamente dovrebbe chiamarsi Nuovo SDI, c’è una “corrente”che ambisce a mettersi sotto l’ala protettiva del Professore.
Quattro: un vecchio saggio, ci pare De Mita ma potremmo sbagliare, nella fase di gestazione del PD aveva avvertito: “attenzione che invece di un partito solo non se ne facciano tre”. E’ quello che rischia di accadere. L’unione tra DS e Margherita ha portato già alla nascita del PD e della SD di Mussi e Salvi. Ora c’è il rischio che anche i prodiani si mettano in proprio. Ma anche se così non fosse, Prodi è un macigno sulla strada di Veltroni. Per non parlare di D’Alema.
Cinque: nel centro-destra tutti reclamano nuove elezioni. E’ un unanimismo finto. L’alleanza non è più quella di una volta nonostante i sondaggi favorevoli. In queste condizioni, davvero all’Italia conviene una breve fase di decantazione prima che si vada nuovamente alle urne. Ma ci permettiamo di rinnovare il nostro allarme di un anno fa, quando già si capiva che Prodi non ce la faceva: c’è chi si dà da fare per commissariare la politica. La fase di decantazione deve servire anche per una legittimazione reciproca fra le forze politiche. Stringano un patto davanti al Paese. Non si limitino ad appoggiare il solito “tecnico al di sopra” delle parti. E’ più onesta e vera una “mediazione” fra le parti.
Infine: tra i laici, i liberali e i socialisti sono poche e flebili, per ora, le voci che appoggiano la sfida di un soggetto autonomo con un suo progetto, che sia nuovo e non la sommatoria di tanti spezzoncini. Fra queste ci fa piacere registrare la voce di Lanfranco Turci: “Potremmo immaginare una lista rappresentativa della più larga alleanza di forze laiche, socialiste e liberaldemocratiche – compresi i radicali, se lo vorranno – attorno al simbolo del Partito Socialista”. Ci fa piacere, ma pensiamo che si debba andare oltre. Pensiamo cioè che i socialisti debbano essere non i padroni di una casa accogliente (e che sia tale è tutto da dimostrare) ma gli edificatori, assieme ad altri di una casa nuova. E, come già si è visto, non è problema di nomi ma di scelte politiche. Altrimenti non si capirebbe la sollecitazione di Turci, da noi condivisa, rivolta agli aderenti alla Costituente socialista, a recuperare il meglio di Craxi, cioè a “riscoprire il gusto eccitante ed aspro di quella autonomia”.
E, visto che siamo a discutere di queste cose, una domanda tutt’altro che polemica a Lanfranco. Tu dici: “Questa lista, qualora non si presentasse da sola, potrebbe far parte di una coalizione riformista col PD”. Viste le recenti esperienze su vari temi, dalla laicità al welfare, non sarebbe meglio stabilire le alleanze una volta che tutti abbiano scoperto le loro carte? Se è così, quel “potrebbe” va benissimo.

Diciamo meglio: il problema è capire cosa sia il PD. E nemmeno Veltroni lo sa. M.S.