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Per fermare il disegno di Salvini una strada ci sarebbe!

Basterebbe astenersi sulla mozione di sfiducia al Governo Conte, come ha saggiamente suggerito l’ex presidente del Senato Grasso, lasciando ai parlamentari del M5S il compito di bocciarla; e poi sostenere la mozione individuale di sfiducia al ministro Salvini.

di Enzo Palumbo | 12 Agosto 2019

Siccome non ho mai simpatizzato con le riforme costituzionali di Matteo Renzi, che anzi ho avversato per quel poco o tanto che ho potuto, non posso essere accusato di partigianeria se, almeno in quest’occasione, affermo che Renzi abbia detto la cosa giusta, anche se temo che finirà per fare la cosa sbagliata, rompendo il PD proprio nel momento in cui dovrebbe essere più unito che mai; a rompere c’è sempre tempo!

Renzi si è a suo tempo opposto alla formazione di un governo tra il PD, uscito severamente sconfitto dalle elezioni del marzo dello scorso anno, e un M5S, che invece ne era uscito trionfatore; la questione era allora alquanto opinabile perché, come poi si è visto, l’essersi il PD sottratto a qualsiasi discussione di merito nel corso del tentativo esperito dal presidente Fico, ha poi dato la stura alla sciagurata sommatoria dei due populismi di Lega e M5S, ciascuno costretto ad approvare, senza troppo condividerle, le sciocchezze legislative e le improvvide decisioni amministrative dell’altro, sol perché erano state scritte nel c. d. contratto di governo, la cui denominazione era di per sé significativa di un accordo privatistico col quale, secondo la nozione civilistica (art. 1321 cod. civ.) “due o più parti costituiscono, regolano o estinguono un rapporto giuridico patrimoniale”. 

Quell’accordo ha finito per fare diventare leggi dello Stato alcune sciagurate promesse elettorali dei due contraenti (in particolare reddito di cittadinanza e anticipo pensionistico) che, una volta realizzate, hanno mostrato tutta la loro inadeguatezza non solo rispetto al loro rispettivo obiettivo (la fine della povertà e la staffetta generazionale nell’occupazione), ma anche soprattutto rispetto al problema principale dell’economia italiana, che era e resta quello di fare ripartire la crescita in termini di efficienza produttiva e di incremento dei consumi; per non dire dei provvedimenti legislativi e amministrativi del Ministro dell’Interno, che hanno finito per esasperare nell’opinione pubblica una emergenza migratoria che ormai esiste solo nella mente di chi vuole specularci sopra per prendere qualche voto in più.

Se il PD, allora sonoramente sconfitto, avesse accettato di una qualche collaborazione, anche esterna, col M5S, vittorioso, l’avrebbe fatto in posizione ancillare e subordinata, e quindi è possibile che Renzi abbia avuto allora ragione a bloccare ogni tentativo in quel senso.

Oggi invece, con un PD in ripresa e un M5S in arretramento, la questione si pone in termini assolutamente diversi, e Renzi ha fatto una mossa intelligente aprendo una strada che, se raccolta da tutto il PD, potrebbe portare un po’ di respiro al Paese, che si trova nella necessità di elaborare una legge di bilancio 2020 che, lasciata nelle mani del governo giallo-verde, avrebbe finito per segnare la prima tappa dell’italexit.

Può anche essere che sulla mossa di Renzi abbiano giocato anche altri fattori, tra cui quello, non irrilevante per chi fa politica, di rinviare di qualche tempo la necessità di affrontare il bivio tra il rischio della difficile composizione delle liste restando all’interno del PD, e quello di doverne uscire per tutelare i gruppi parlamentari che gli sono rimasti fedeli nel momento più difficile della sua vita politica.

Quali che siano state le motivazioni, trovo che Renzi, con una mossa che solo chi è digiuno di politica può considerare incoerente, ha fatto benissimo a capovolgere tempestivamente la sua antica avversione a qualunque ipotesi di collaborazione col M5S; occorrerebbe che a sua volta l’attuale dirigenza del PD mordesse il freno alla comprensibile voglia di modificare la composizione dei gruppi parlamentari in senso più favorevole alla svolta impressa dalle ultime primarie.

Se si vuole, la soluzione è a portata di mano: basterebbe astenersi sulla mozione di sfiducia al Governo Conte, come ha saggiamente suggerito l’ex presidente del Senato Grasso, lasciando ai parlamentari del M5S il compito di bocciarla; e poi sostenere la mozione individuale di sfiducia al ministro Salvini, che non si sa cosa ci stia ancora a fare in un governo che lui stesso vorrebbe sfiduciare, e in tal modo costringere alle dimissioni anche gli altri ministri della Lega; quindi, lasciare che sia l’aula del Senato, in scienza e coscienza, a votare, in seconda e definitiva lettura la riduzione dei parlamentari.

Se posso esprimermi in proposito, considero questa riforma una solenne sciocchezza, consumata sull’altare della stucchevole polemica anticasta, senza considerare che, aumentando a dismisura la dimensione di circoscrizioni e collegi, si riduce fortemente la rappresentanza politica, si moltiplicano i costi delle campagne elettorali e si rende praticamente impossibile la conoscibilità dei candidati da parte degli elettori, che pure è stata una delle riflessioni che hanno portato la Corte Costituzionale a bocciare il c. d. porcellum con la sentenza n. 1-2014.

Quale che sia l’esito di tale riforma, il PD, con la sua spontanea astensione, potrebbe consentire al Governo Conte, composto ormai solo da ministri del M5S, di proseguire per alcuni mesi la sua attività, utilizzando a tal fine la formula della c. d. “non sfiducia”, non nuova agli annali parlamentari essendo stata a suo tempo ideata in occasione del varo del Governo Andreotti III°, monocolore DC, che il 6 agosto del 1976 passò il vaglio del Senato con soli 136 voti favorevoli 17 contrari e 69 astenuti, e, tre giorni dopo, quello della Camera con 258 voti favorevoli, 44 contrari e 303 astenuti.

Dubito che Forza Italia possa accettare di essere della partita, come pure sarebbe auspicabile, specie dopo essere stata abbagliata dallo specchietto per allodole agitato da Salvini con la promessa estemporanea di una coalizione che, se anche si formasse, sarebbe tutta a trazione leghista, coi parlamentari forzisti costretti a mendicare un posto il lista previo giuramento d’imperitura fedeltà al “capitano”.

PD e M5S dovrebbero farsene una ragione, e non inseguire le paturnie che agitano i vertici di Forza Italia, ormai dibattuti tra la prospettiva di entrare mal sopportati nella Lega e quella di restarne distinti in termini nella speranza di ottenere egualmente qualche marginale e incerta collocazione nelle liste elettorali. 
Ci sarebbe così la possibilità di approvare una legge di bilancio coerente cogli impegni assunti in sede europea, e si potrebbe poi tornare tranquillamente a votare nei primi mesi del 2020, o anche un po’ più tardi, in caso di iniziative referendarie contro il taglio dei parlamentari; nel frattempo, si potrebbe anche approvare una nuova legge elettorale assolutamente proporzionale, introducendo la ripartizione nazionale dei seggi anche per il Senato, come l’art. 57 Cost. a mio parere consente (sul punto, c’è in corso al Tribunale di Messina un giudizio sulla non manifesta infondatezza di un dubbio di costituzionalità), e come per altro prevedeva il disegno di legge c. d. tedeschellum, mai approvato.

In alternativa, si potrebbe almeno introdurre il recupero nazionale dei voti non utilizzati in sede regionale, che, con soli 200 senatori, sarebbero tantissimi se la ripartizione si esaurisse in sede regionale; e si potrebbe anche introdurre un sistema proporzionale che mantenesse il meccanismo dei collegi uninominali, in modo da stabilire un collegamento maggiore tra elettori e eletti (e non più nominati), un po’ come accadeva per l’elezione del Senato prima dell’introduzione della legge Mattarella.

Di carne al fuoco, quindi, ce ne sarebbe tanta; il problema è se ci sarà qualche cuoco di buona volontà disposto a cucinarla a fuoco lento, senza farsi prendere dalla fretta e bruciarla del tutto.

Enzo Palumbo

Pubblicato in : EditorialeTag: andreotti, collegi uninominali, corte costituzionale, costi, dimissioni, elezioni, emergenza, freno, governo, italia, lega, legge elettorale, matteo renzi, merito, mozione di sfiducia, nuova legge, pd, porcellum, primarie, provvedimenti, rappresentanza politica, renzi, riforme, sistema proporzionale, soluzione

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Emilio Frasson

    17 Agosto 2019 alle 14:10

    Emilio Frasson IL DISEGNO POLITICO PERSEGUITO DA SALVINI CON LA RICHIESTA DI ELEZIONI ANTICIPATE E DI PIENI POTERI!!!! E’ stato un azzardo per indurre-giustificare-usare il rating di Fitch che tutti temevano ci declassasse a BBC cioè, come dicono gli americani: junk “spazzatura” I nostri titoli di debito sarebbero diventati spazzatura. chi non capisce sta cosa lasci perdere la politica. Salvini domenica scorsa si sarebbe trovato politicamente fuori dal governo nel mentre si realizzava un disastro che lui ha sempre imputato all’EU e all’€uro. Alle elezioni che in quelle nuove condizioni (a distanza di uno-due mesi lo Stato non AVREBBE PAGATO gli stipendi perché finivano sul mercato € 800-900 miliardi che nessuna BCE poteva comprare) Salvini avrebbe preso non il 40% ma 80%. Avete capito che rischio abbiamo corso? Erdogan rispetto a Salvini sarebbe sembrato una mammola e l’EU finiva sputtanata e con le gambe per aria. CHI NON CAPISCE STE ROBE DEVE ABBANDONARE LA POLITICA,SUBITO!

    Prima di decidere cosa votare o non votare bisogna capire gli obbiettivi di Salvini. Per me Conte deve fare il suo intervento e poi andare dal Presidente della Repubblica subito. La nuova discussione da fare in Parlamento sarà sul nuovo Governo che dovrebbe essere del Presidente.

    Rispondi

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