Avrebbe potuto restare alla ribalta per qualche stagione come il “Pablo
Iglesias italiano” ma da quando si tagliò il codino e si chiarì le idee
su cosa voleva fare da grande, Marco Furfaro
39 anni, famiglia operaia da Agliana (PT) è stato uno dei pochi della
generazione di mezzo, a bucara la cappa di piombo che grava
sull’ascensore politico del paese.
Cominciò il suo percorso un po’
accidentato ma consapevole, con la passione per l’azione umanitaria tra
le macerie della ex Jugoslavia, per poi approdare alla politica dalla
porta principale divenendo un po’ rocambolescamente l’assistente
dell’europarlamentare, astronauta e scienziato Umberto Guidoni eletto allora all’Europarlamento per i Comunisti Italiani.
E un po’ comunista Furfaro lo è rimasto sempre anche se dall’osservatorio privilegiato della UE, ha potuto toccare con mano più che la volatilità ideologica, l’entità dell’aspetto pragmatico alla risoluzione dei problemi concreti, non solo periferici, ma globali, oggi così drammaticamente d’attualità con la presa di coscienza del sovraccarico in atto per tutto l’ecosistema mondiale. Corrente stakanovista, visto che per fare bella figura e non deludere le aspettative, tra commissioni, riunioni, tavoli di lavoro e studio (perché è del tutto evidente che chi ha ambizioni politiche deve sottoporsi a continui corsi di aggiornamento ed avere capacità di lavorare almeno 12 ore al giorno) ha preferito non fare il turista privilegiato a Bruxelles, ma stare al pezzo. Ah questi neofiti!
Lo abbiamo incontrato a Fucecchio dove
ha animato un dibattito sul futuro della sinistra e sulla emergenza
ambientale, alla Festa del PD locale, sapientemente introdotto ed
intervistato da Domenico Guarino
di Controradio. Furfaro è praticamente l’unico toscano del nuovo corso
zingarettiano e anche se ancora giovane alle nostre latitudini (altrove i
quarantenni corrono già per la guida dei governi) ha un curriculum
vitae tutto improntato dai suoi incontri irresistibili con gli epigoni
della sinistra radicale italica. Da Nichi Vendola a Giuliano Pisapia, da
SEL a Futura con Laura Boldrini.
Una sinistra rimasta però con
poche idee, senza più leader e senza più prospettive, ma capace ancora
di insultare e puntare il dito verso coloro che fanno le scelte di Marco
Furfaro. Quelle di rilanciare e ridefinire il ruolo del centro-sinistra
a partire dall’unico partito rimasto in piedi (pur tra notevoli
difficoltà) per dare battaglia.
Certo, non è che l’accoglienza nel
PD sia stata tutta rose e fiori, specialmente dalle parti della ex
maggioranza renziana, ma il pelo sullo stomaco il “ragazzo” ce l’ha già
bello robusto.
E oltre che comunista, pure moderatamente radicale un po’ lo è rimasto (ma come diceva Montanelli, di quelli che odorano di bucato appena fatto) parlando dei temi del lavoro sottopagato e sotto ricatto, condizione nella quale si trova la maggioranza di quelli della sua generazione e di quelle successive; dello spettro dell’incertezza e della mancanza di un senso comune di appartenenza che attanaglia la società, sempre più fatta di individui soli e abbandonati, al senso di impotenza rispetto all’attualità dei problemi e di ciò che accade intorno a noi; alla drastica caduta delle aspettative dei giovani universitari, costretti a subire anni lunghissimi di precarietà o in alternativa ad espatriare; del continuo lavorio mediatico dell’attuale Governo che non corrisponde ad effettivi miglioramenti delle condizioni socioeconomiche del paese; all’ondata di odio che il ministro Salvini alimenta in continuazione, scatenando una facilmente prevedibile “guerra tra poveri” dove solitamente sono i ricchi a vincere. La “Flat-Tax” conti alla mano conviene soltanto a quelli che guadagnano da 100.000 euro in sù…
Ricorda il Manifesto di Ventotene ma cita solo Rossi e Spinelli (dimenticando il socialista Eugenio Colorni assassinato a Roma dalla Banda Koch nel maggio del 1944). Cita ancora l’immacabile Gramsci ma anche la Arendt e Bauman, ovvero dei pensatori laici e non dogmatici del ‘900, e sarebbe bene che anche in Italia la sinistra facesse definitivamente la sua Bad Godesberg, aprendosi a tutti i più originali contributi di idee al progresso umano a disposizione, da Bernstein a Popper, da Russell a Chomsky senza dimenticare i nostri Salvemini, Croce, Rosselli, Silone, Bobbio…troppo spesso ingiustamente e improvvidamente dimenticati.
Si finisce parlando del tema di
più stretta attualità del momento, questo fantomatico “Overshot Day” che
ci dice improvvisamente e brutalmente come ogni anno consumiamo più
risorse di quanto il nostro pianeta sia in grado di offrircene e che
stiamo correndo inconsapevolmente ma spediti, verso il baratro, non
tanto per il pianeta che sopravviverà imperterrito per altri milioni di
anni, ma per noialtri, il genere umano, che rischiamo di scomparire per
non essere stati in grado di rispettare, salvaguardare e dare il giusto
valore alle risorse a nostra disposizione.
Qualcuno azzarda che
abbiamo ancora 12 anni di tempo prima del “punto di non ritorno” prima
del tuffo definitivo dall’antropocentrismo all’entropia.
E non
possiamo dire che non ci avevano avvertiti, tanto il geniale Einstein
che alla domanda con quali armi si sarebbe combattuta la III Guerra
Mondiale rispose “non lo so, ma la quarta con le pietre” sia a partire
dagli illuministi del XVIII secolo che cominciano a porre il tema del
rapporto tra l’uomo e il pianeta. Persino la politica, buona ultima,
dopo la nascita formale dell’ambientalismo negli anni ‘60, si occupa
seriamente del tema a partire da quel “Rapporto Brundtland” intitolato
“OUR COMMON FUTURE” dove i socialisti europei (già proprio loro, o non
dovevano scomparire come specie ormai in via d’estinzione, secondo il
mainstream?) tracciano negli anni ‘80 le linee guida dello “sviluppo
sostenibile”.
Peccato soltanto che i media (soprattutto i nostri,
impastoiati come sono nelle quotidiane beghe ultra-provinciali imposte
da un certo leaderismo straccione e da operetta) se ne stiano accorgendo
con una trentina e passa di anni di ritardo.
Insomma, ammesso che vivremo, vedremo.
Alessandro Silvestri

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